Elena Rapita (di Giuseppe Drago) giudrago
GIUSEPPE DRAGO
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ELENA RAPITA
D&G
2026
“Il mio contributo?
Un granello di sabbia
che riflette il sole.”
Questo Poema segue
le tracce delle “Histoire” di Erodoto.
Indice generale
Didone parla in corte del suo passato
Hermes predice a Elena su Menelao
Proteo ricorda il passato con Elena
Elena risponde al passato di Proteo
Paride nell’isola dei Lotofagi
Ploseo, l’anziano re dei Maclei
La cerimonia all’ospite Paride
Paride interviene nel rito dei Maclei
Paride, commosso dall’ospitalità
Lipuria e le sue ultime parole
Paride verso la terra dei Berberi
Nel frattempo Paride era sul veliero
Paride e Elena lasciano l’Egitto
Partenza di Paride e Elena per Troia
Proteo parla a Minosse di Paride
Paride addolorato lascia Elena
Ritorno di Elena e Menelao a Sparta
Minosse rivela di aver ospitato Elena
La storiografia greca nel trasmetterci fatti e accadimenti della vita degli individui e delle società del passato ingloba nel suo interno il fenomeno leggendario letterario, caratteristico della seconda metà del VI secolo a.C. Da esso, emergono, con sufficiente chiarezza, vicende incorniciate di poesia epica ricca di eventi, dipinti in un quadro di costumi greci. I racconti e le genealogie, riguardanti gli eroi del passato mitico esistevano nelle tradizioni orali e si espressero prima nella composizione epica e poi in composizione storico-letteraria. Lo scrittore, attratto dai fatti narrati nel capitolo II n.118 dell’opera di “Erodoto” ha pensato di estrarre un’opera tipo omerica con fatti accaduti nel periodo classico, prima della partenza di Menelao con tutto il suo esercito, alla volta di Troia per riprendersi Elena rapita da Paride (detto anche Alessandro). Nel capitolo delle “Historie di Herodotus” i fatti vengono narrati a tratti, ora in forma particolareggiata, ora mancanti di una connessione cronologica, per cui è stato necessario colmare quegli spazi con la fantasia dello scrittore. La prima stesura dell’opera è stata di contenuto frammentario, ma via via, raccogliendo le evidenze e i fatti in forma cronologica, ha preso forma la sua opera. Alcuni nomi e circostanze sono stati interposti per dare un senso alla continuità dei fatti secondo la fantasia dell’autore, mantenendo l’epica con il carattere classico di quel tempo.
Secondo il mito, le origini della guerra di Troia nacquero per la disputa sorta, del cosiddetto "pomo della discordia"; una mela d'oro con la scritta "Alla più bella" che fu lanciata da Eris, dea della discordia, fra i convitati al matrimonio del re dei mirmidoni, Peleo, con la ninfa Teti. Le tre dee Era, Atena e Afrodite affidarono nella valle dell'Ida a Paride, figlio del re di Troia, il compito di offrire il frutto alla più bella delle tre dee. Paride, per accattivarsi il favore di Afrodite ed anche perché era veramente bella, decise di consegnarla a lei, assicurandosi il favore per il tentativo, già da tempo progettato, di rapire la bella Elena, moglie di Menelao, re di Sparta.
ELENA RAPITA
Canto 1
Ed ancor di tregua, Hera, parlar non volle,
mentre Zeus al sovvenir di Io[1],
vampar non poco gli facea la pelle.
A divagar dai dubbi ch’eran sorti,
a Teti, Zeus volse arbitrio,[2]
approssimando i giorni dei suoi voti.
Decise, che la ninfa si unisse con Peleo,
mentre il dio dell’altrui amar[3]
s’avrebbe consolato per la perduta Io.
Tre dee, invitate furono alle nozze,
nel qual tempo, alcune nereidi a circo
davan lode a Teti di Peleo, nelle piazze.
Eris, dea della discordia, folle d’ira,
fè tumulto lanciando una mela,[4]
rivolta per la dea di bellezza rara.
Se per la più bella il dono fu offerto,
Paride, nella scelta, favorì Afrodite,[5]
per rapir Elena senza alcun sospetto.
Menelao l’amava più della sua vita,
e sostava a lungo e l’ammirava,
senza mai perderla di vista.
Alla movenza dei suoi passi
ognuno, attonito restava,
da non poter porre gli occhi bassi.
Elena era bella, come la spuma del mare,
come il fiore più bello che sta a sbocciare
come l’uomo solo può sognare.
Ma in lei, la vanità bussò nel cuore,
poiché, il suo fascinoso aspetto esigeva
rievocare i suoi giorni di furore[6].
Dal ricordo di Teseo non cedea la data,[7]
e, del falso detto a Castore e Polluce,
si sentiva ferita d’esser stata liberata.
Hermes le apparve, messaggero degli dei
recandole la nova di fuggir con Paride,
con l’uomo d’oriente, d’origine reali.
Elena, invasa da un amore folle
accelerò il tempo della sua avventura,
mentre l’erano favorevole le stelle.
Menelao, appena la incontrò in giardino,
lei cedette alle di lui lusinghe,
mentre si esponeva ad Hermes il divino.[8]
Hermes vigile per essere sincero,
a quello che a Zeus riportar doveva,
verificava che tutto fosse veritiero.
Menelao, Menelao! Lei diceva con ardore,
mentre col pensiero, perpetrava di fuggire
con il principe di Troia, il seduttore.
Poiché, l’infatuato non pensava al regno,
gli Spartani, eran preoccupati
per suo atteggiar senza impegno.
Menelao, conoscendo il suo destino,
non lasciava Elena andar lontano,
poiché, se la perdeva il soffrir l’era vicino.
Un dì, egli incontrò Proteo
mentre in Egitto il dio parlava
con le foche nell’acque dell’Egeo.
L’Atride s’era a lui avvicinato,
e mentre gli domandava del suo futuro,
seppe che gli sarebbe stato desolato.[9]
Proteo, non voleva fargli profezia,
ma insistette, così tanto che alla fine
Menelao, fu pieno di mestizia.
Poi di Poseidone il figlio, per il duolo
s’immerse nelle acque con le foche,
mentre Menelao, deluso restò solo.
A Menfi, ad ovest del Nilo v’era un tempio.
D’Elena fu stimato d’essere ma era d’Afrodite,
per cui, gli Egizi lo stimarono essere uno scempio.
E poiché d’Osiris usurpava il loco,[10]
gli Egizi, pensarono d’abbatterlo
e purificar la zona con il fuoco.
Ad Elena, un tempo, piacque frequentare Fero,[11]
Spesso si tuffavano nei meandri corallini,
tra i cavernosi luoghi di mistero.
Uscendo, andavano alla corte lì vicino,
ove Proteo disponeva ordini al suo governo,
mentre lei brindava galante col suo vino.
Ma Elena sapeva della virtù del dio
e presto volle sapere del suo destino,
dopo avere lusingato il re,[12] detto il pio.
Proteo predice a Elena
Proteo così le disse: “In te contrasto regna,
e nei flussi del tuo sangue smania
il desiderio ch’altri ne pregna.[13]
Elena, gli chiese che fosse più chiaro
a spiegarle le vicende del futuro,
e se il suo amore, fosse amaro.
Amaro replicò, sarà per colui che cede[14]
all’agreste incontro che gli invadi il cuore,
quando gli contagi la virtude ch’altro non vede.
Poiché, nata sei da un guscio, il non capire
l’amor cosa procura, ignaro il tuo cuor
cagiona altrui, le pene del soffrire.
Il sentimento che ti muove, muove
l’uomo verso sventura e soccombe
cercando invano di resisterti alle prove.
Io son saggio, perché so il futuro,
ma per certo nelle tue brame sarei caduto,
per questo mi sottraggo e di te non mi curo.
Tu sei bella quanto più è rovina
e all’uomo che s’avvicina, gli poni
la stringa al cuore c’altro non pena.
Non puoi fermare il tuo impeto,
perché esso si ristora nello struggere
l’infatuato cicisbeo che t’ama senza veto.
Implora Zeus, non per la tua beltà
ma per l’angoscia che procuri
avvolgendo gli uomini in buia calamità.
Ma del suo amore Proteo non fu ignaro,
conobbe Elena che aveva sedici anni,
quando tornò in Sparta dal suo caro.[15]
Elena ritorna da Tindaro
Dimenticando tutto quello che le fu detto,
nel mar vagò, verso un piccolo naviglio,
ove v’era preda per l’ingordo suo appetito.
A bordo, Elena salì, con le sue ancelle
per comprare monili di Tartasso ma Igor,
il fenicio, nel vederla gli abbrividì la pelle.
Subito, le regalò un anello
ch’ebbe dalla ninfa Egeria,[16] il quale,
sentir faceva l’uomo un giovine pivello.
L’idea di rapir Elena, la considerò stoltizia,
poiché, sapeva della sua progenie,
così non vantò altro che amicizia.
Navigando, adorando la bellezza d’Elena,
si diresse verso le coste della Grecia,
mentre il vento soffiava la spiegata vela.
Dopo due giorni, arrivati in Peloponneso,
nella casa di Tindaro, Elena espresse
a suo padre di volere Proteo come sposo.
Ma alla corte v’era già chi l’amava,
pronto a dare tutto il suo cuore,
contro il destino che lo fronteggiava.
Eaco, figlio della ninfa Egina,
più volte tentò di averla in moglie,
ma Elena, preferì d’esser eroina.
Da un dio, voleva essere rapita
o da un principe di terrestre regno,
che l’avrebbe divinamente amata.
Menelao amico di Paride
Menelao, era amico di Paride, il troiano.
Furono giorni, quando si conobbero
al mercato d’Argo,[17]e si strinsero la mano.
e Menelao un fregio di civiltà Minoica.
Così, appena Paride apparve con il suo seguito,
la guardia disse ch’era l’Ecubeo,
ed Elena corse liberandosi da ogni veto.
Or, di Paride furono accolte le sue proposte
di nuove strategie di guerra contro Atene,
che spesso vinceva lungo le spartane coste.
Un drappello scortava l’ospite straniero
mentre tra le schiere, la gente stava
inchinata al suo aspetto altero.
Appena, l’invitato fu arrivato in corte,
fu accolto dall’Atride, che elogiò lui
e i troiani, di cui, Paride fè parte.
A prima vista s’invaghì del fascino di Elena,
e con scuse cercò accostarsi a lei,
quando tra i commensali iniziò la cena.
Il suo cadenzare fu come quello d’una ninfa,[18]
che lo incantò ancor di più da un suo cenno,
che gli fè il sangue tramutare in linfa.
Al forestiero, repentina, la sua mano diede
e dopo affabile si sedette accanto a Menelao,
confermandogli la sua dissoluta fede.
Infatuato, l’Eculeo, solo lei mirava,
era pronto a progettar la fuga
tradendo l’amico che ignaro l’ospitava.
Cercarono da soli di poter parlare,
ma Menelao andava intorno,
e non ebbero modo di poterlo fare.
Fu durante la notte ch’Elena lo incontrò,
ed egli approvato il suo piano,
abile nella stanza del tesoro con lei s’inoltrò.
Inebriato del vino, Menelao dormiva,
mentre nel silenzio, s’impossessarono dell’oro.
Lo misero al sicuro, aspettando l’alba che veniva.
Una biga e due cavalli lei stessa preparò,
con un manto coprì il suo volto
e la fuggitiva,[19] il suo cuor da Menelao separò.
fuggirono i due birbanti,
diventati amanti, in men che si dica.
In poco tempo arrivarono alla costa,
ove si prepararono a salpare,
correndo a destra e a manca senza sosta.
Paride, celermente spiegò le vele
ed Elena col timone puntò al largo,
lasciando la terra di Sparta e la sua prole.
Menelao si sveglia
la moglie non era più al suo fianco,[20]
né il tesoro che la gagliarda gli rubò.
Vendetta! Gridò il re spartano
all’infedele moglie e al suo amante,
e guerra or sarà, contro il traditor troiano.
Che infausto giorno nella vita m’è scaduto
e per l’ossequio che ho dato ai numi,
solo tradimento ho ricevuto.
Già la mia famiglia gravemente fu provata,
da intrighi sanguinosi tra Tieste ed Atreo,[21]
per cui, la loro fratellanza non fu mai sanata.
Come spartano e prode armigero,
per dovere d’onore del mio casato
contro sarò di chi con me non fu sincero.
L’ora di patire m’avverte il giorno,
di lottare la fallace speranza
per riaver colei che non fa ritorno.
Ma non sarò, certo, indegno
a lasciare ch’io sia battuto
da chi offese tutto il mio regno.
Mi scorderò l’amicizia che mi lega,
per combattere colui che gravemente
mi ferì, con l’abbraccio che lusinga.[22]
Se nel pellegrinar morir dovrò,
trascinerò Elena con me negl’inferi
e accanto al suo cuore perfido starò.
Il sacerdote Ardimeo,[23]ch’era nel tempio,
informato del tragico misfatto,
chiese giustizia ai numi per lo scempio,
sì prostrò al sacrale d’Apollo
in espiazione con una offerta agreste,
per difendere Menelao dal penoso fallo.
Diceva: “A Menelao, fu fatta grave ingiuria
e del suo tormento, per certo, gli dei
gli faran favore senza lesinar penuria”.
A quel dire, Apollo a propiziar si mosse
per bocca del profeta e disse:
Menelao riavrà ciò che lo stranier gli tolse.
Elena e Paride nel mar Egeo
In breve, i due dissoluti furon fuori
e nell’aperto mare puntarono il timone,
con l’amore che disinibiva i loro cuori.
Sedotti dall’antico sentimento,
or trasfuso da Venere, accettarono
disinvolti, l’intrepido cimento.
A vele spiegate Paride solcò il mare,
per dirigersi verso Troia,
con l’unico desiderio di Elena sposare.
Ma nel cielo, un nuvolo assai nero
e uno strano vento, lì a poco, li spinse
in un turbine d’acque di mistero.
Un vortice[24]con un gran fragore,
portò la nave fuori rotta,
poi giù, nell’imo di quel mare.
Tritone, non volle farli andare
e li trattenne con inganno sotto lì nel mare,
offrendo loro ospitalità e bene stare.
Li costrinse ad essere ospiti prigionieri,
nella sua regia d’oro e di corallo,
piena di dovizie e inebrianti piaceri.
Li coinvolse ad assistere ai suoi incontri,
ammirare la vita dei sommersi,
allietati da canti di sirene ed altri cori.
Così, l’Anfitrite, occultando il suo scopo,
si innamorava della bella Elena,
offrendole il suo amore a poco a poco.
La sua pelle, era viscida e resistente,
e nulla poteva opporgli ostacolo
quando emergea col suo tridente.
Credette, per un po', d’essere d’Elena l’amante,
ma lei, non gli diede intesa,
pur se il dio insistette in ogn’istante.
fuori dal tempo e dagli umani,
con il patto di liberarli, mutatosi in bugia.
Ma un giorno, Tritone diede lor giudizio,[25]
dicendo che il sogno era finito
e il loro partire era prossimo e propizio.
Sì disposero a lasciar quel favoloso mondo,
coronato di splendido corallo
per ritornare alla realtà del suolo fecondo.
Si ritrovarono, nel ponte della nave
e tutto intorno, schiuma bianca
come cotone, ma era neve.
Tutto fu come uno strano sogno,
nel quale si sentirono trasportati
come se rapiti in un altro regno.
Elena, timorosa abbracciò Alessandro,
avendo capito d’essere stata coinvolta
da quel predetto futuro [26] divenuto vero.
Paride, così, fissato il timone ad oriente
alzò le vele per lasciar quel luogo
e dimenticare per sempre il dio tridente.
Ma la nave, presto, sembrò frenata
e l’ondeggiar lento tra le onde,
la rese come se fosse ormeggiata.
Mentre Paride assetato, beveva dalle botti,
vide all’argo dei naufraghi sbandati
che dal vento erano sopraffatti.
Venivano sballottati dalle onde,
mentre aggrappati tra legni fluttuanti,
gridavano per paura d’essere in acque fonde.
Pietoso era il loro grido,
allorché, Paride con coraggio,
ad uno ad uno li tirò tutti a bordo.
Erano trafficanti, d’Agron,[27] affondati,
dopo aver tentato di saccheggiare
una nave illirica e furono sconfitti.
D’origine fenicia erano quei pirati,
e dopo avere ringraziato Paride,
gli chiesero d’essere arruolati.
Assunti, nell’intrepido viaggio,
seppero che a bordo v’era Elena,
figlia di Zeus di divin lignaggio.
Postasi al comando sulla plancia
obbligò loro di seguire gli ordini di Paride
e in alcun modo mostrar tenacia.
Soggiogati dalla bellezza e dai timori
si buttarono proni senza piglio
giurando fedeltà ai lor signori.
Con la soggezione che reggeva le lor vite,
Dal vento, il veliero era spinto
e seguiva l’intrepido destino, mentre
si allontanava da Menalo dal cuor patito.
Dopo giorni, curiosa la ciurma domandò
la loro provenienza, ma Paride
simulando il non capire, la domanda travisò.
Una sera, mentre Paride con Elena discuteva
se fosse bene rivelare il vero, da questo,
Efisio,[29] capì ciò che temeva.
Egli, resosi conto del loro segreto
e del rapimento d’Elena da Sparta,
in segreto decise di rubare l’oro.
Tritone ama Elena
con vibranti canti e voci mistiche,
che costrinsero i mortali a far sosta.
Quel coro veniva dalla baia di un’isola
tale che il veliero nell’avvicinarsi adagio
si ridusse a toccare la riva con la prua.
L’anfitrite[30], con delicata e molta pazienza,
ripieno di passione e mistica parvenza.
Elena, col fascino che emanava,
incitò Tritone a sollevare le onde
come note di musica prodotte d’una diva.
Ma un cormorano[31] da Zeus mandato,
gridò al semidio di liberare Paride
da quella illusione d’inganno perpetrato.
Dal suo rifiuto rubò dalle api della cera,
e col suo becco coprì le orecchie dei natanti
e li assordì fino al volgere della sera.
Liberato Paride, dal falso sonno,
capì che fu attratto dalle mistiche sirene,
per intrappolarlo come se fosse un sileno.[32]
Dopo aver sturato agli altri le orecchie,
si allontanarono da quel luogo,
divenuto in un baleno pieno di arpie.
Spiegate le vele, la rotta fu quella della fuga
scelta da tutti con volontà sicura
tal che in breve, sparirono dalla quella ruga.[33]
Liberi da quella falsa insenatura,
incominciarono a proseguire il viaggio
tra nuove insidie d’avventura.
In direzione est puntarono il naviglio,
verso la città di Ilio, posta su un promontorio
da dove Priamo salutò Paride suo figlio.
Ma amara fu la profezia contro Troia,
che per colpa del destino di Paride,
la real famiglia ne fu spoglia.
Egli dopo nato, doveva essere buttato,
ma sul monte Ida,[34] dei pastori ebbero pietà
e risparmiarono la vita del figlio indesiderato.
Il suo agire del tutto accattivante
lo faceva agli occhi delle donne
un desideroso uomo ed un amante.
Tanto era il suo aspetto affascinante
che le dee[35] lo scansavano dai pericoli
mentre girovagava in oriente.
Paride ed Elena, erano follemente innamorati,
approvati da Afrodite contro il voler di Iris,
che voleva ad ogni costo vederli separati.
Il favore d’Afrodite fu ripagato,
essendo che, dalla sua unione con Anchise
nacque Enea capostipite romano.
Era, a un doloroso ritorno indusse Paride
a vedere la sua gente uccisa, che per
quell’inganno, il nemico ancor sorride.
Zeus non rispose all’acerba idea di Era,
ma dal suo cenno poco chiaro, fu libera
contro Paride, di porre guerra.
D’accordo, si mise con Tritone,
il dio, che accolse gli amanti
con onore e con soavi canti di sirene.
Egli volle essere il soggetto castigante
per ripagarsi dell’inganno della loro fuga
e godere la sconfitta dell’amante.[36]
L’Anfitrite propose un piano assai duro
quello di farlo naufragare e poi salvare Elena
dall’abisso e metterla al sicuro.
Ma temeva la dea[37] d’una sua congiura
nel consiglio di corte che poteva persuadere
Zeus a liberarlo dalla sciagura.
Paride che d’Afrodite era il protetto,
capì il fine dell’ostile Era
di lascarlo isolato e senza un tetto.
Tuttavia fu deciso dagli dei, che Paride,
conquistasse la bella Elena
con serio sentimento e non con frode.
Tritone aveva già decorato il suo regno,
con rivestimenti d’oro, tal che ognuno
che entrava lo elogiava d’esserne degno.
Così, egli, cominciò a turbare la vela
in modo che cambiasse rotta
e poi con impetuoso vento, affondarla.
Fu a mezzodì quando nel giorno splende,
il dio sprigionò un uragano che presto
la nave si trovò in balia delle onde.
Mentre la tempesta nel ciel tuonava,
i due amanti temettero il peggio,
mentre la ciurma supplicava.
Per lor colpa degli amanti inveì l’ira del dio,
che i marinai pensarono di buttarli a mare
cercando di placare d Triton l’acceso fio.[38]
che Zeus era pronto a liberarla
e punire chi l’avrebbe sol ferita.
Allor si finsero i marinai loro amici,
proposero a Elena che pregasse Zeus,
per calmare il mare e non essere uccisi.
Elena inneggia Zeus
Oh! padre Zeus, che infondesti probo
il tuo amore! Così aprì Elena il dire:
quando Tindaro acclamò il mio
nascere come evento di divina progenie,
onorando la tua scelta come favore eterno,
si compiacque che donasti me, bellezza
che nessuna donna osò mai il dire
di oltrepassar l’indole mia medesima né la grazia
ilare che tu donasti e fosti benigno
con sincero amore verso mia madre Leda.
Ora, a te vengo nella stretta della mia natura,
tormentata alquanto dal peril che strapparmi vuol
da questo mondo che, se pur m’accolse gaio, non desiste di starmi contro. Con la mia nascita, in quel momento, facesti grazia alla terra con la mia presenza,
lasciando benignamente la tua impronta.
Immediato aiuto chiedo, che volgi a pietà
il volto tuo verso la mia sciagura che ne facci
rivendico il momento in mio favore contro chi
sta anelando misfotuna[40] ai futuri giorni della
ornata vita mia d’avventura. Il chiamarti padre
mi fa sentire diva che onore chiede del tuo
intervento, ma di indole mortale sono, che nulla
io possa reclamare o avanzar pretesa.
Così attendo con mistica speranza che tu
venga in mia difesa e mi ristori dall’avversità
che mi divora.
A quella supplica, Zeus si mosse
e attuò in segreto un piano ordinando
subito, che Elena liberata fosse.
Così, all’alba, quando Triton emerse
per ammirare la bella Elena,
si accorse che per voler di Zeus la perse.
La navicella fuor dal tribolato luogo,
spinta fu al largo che il suo navigar,
fu presto fuori dal maldestro piego.
Ma Tritone, a sud soffiava il vento,
mentre la ciurma si sforzava al quanto,
che il navigar divenne lento.
Ma il piacere di libertà fu subito gustato,
che animò gli animi a gioire,
per essere fuggiti dal dio disperato.
Avvicinatosi alle coste d’Egitto
sì annunziavano altre odissee,
di cui, non ne fecero alcun conto.
Ad accettare la sorte s’erano ordinati,
gli scampati dalla furia del mare,
per cercar riposo in quei luoghi riparati.[41]
In mezzo al mare
Il naviglio sballottato tra le onde
s’arenò tra le coste d’Egitto
in mezzo a lagune poco fonde.
Accresciute dall’affluir del Nilo
eran folte di vegetazione di papiro
simili alla flora dei giardini d’Ilo.
Appena si destarono dal sonno
s’accorsero d’essere approdati,
presso un sacro luogo lì vicino.
Un sacerdote vigilava un tempio.
Postosi curvi per non dar sospetto,
prostrati a lui chiesero rifugio.
Ad Afrodite quel tempio fu concesso
che Elena ne ammirò e fu stupita
i colonnati dipinti dal pittore Nesso,[42]
chiese al religioso se mai gli Egizi
vollero rimuoverlo e sostituirlo con Ammon
a cui, usavano fare i loro uffizi.
Da Menfi venivano fino a quel luogo
e dicevano ch’era d’Afrodite la Straniera[43]
quel tempio che volevano distruggere con un rogo.
Ma Proteo che il tempio lo associò ad Elena,
non volle distruggerlo per suo ricordo,
perciocché di lei si invaghi e restò in pena.
Il sacerdote che sapeva della sua fuga
e della necessità di dimorare in Egitto,
le chiese se con Paride avesse fatto lega,
sapere del tesoro che Menelao diceva,
d’esser stato beffeggiato da un lestofante
ma sprovveduto, gentiluomo lo stimava.
Ma loro asserendo di non sapere,
resero vana la domanda, chiedendo
d’essere ospitati sotto il suo potere.
Il sacerdote sospetto ebbe del lor parlare
e di nascosto fece chiamare Thoni[44]
ch’era negli avamposti a sorvegliare.
Nel frattempo li portò in un altro tempio
ch’era dedicato ad Heracle, in onore
delle sue gesta eroiche e del suo scempio.
Nella zona, or Canopico[45]chiamata,
si raccontava che quando un reo veniva
a rifugiarsi nel tempio durante la serata
s’aggrappava all’altare dando voto
che nessun delitto avrebbe fatto,
se il dio lo avesse ancor salvato.[46]
A questa storia, i marinai fecero pensiero,
se fosse stato idoneo rapportare il vero,
per quel che rivelò Paride e farlo prigioniero.
La loro decisione fu di denunciar l’amante,
prendere Elena e col naviglio fuggire dal luogo,
lasciando il fuggitivo delirante[47]
Alla sera, gli ospiti del tempio,
presero la sacra offerta per proprio cibo,
considerata empietà e per gli dei scempio.
Il sacerdote si adeguò alle lor richieste
mentre aspettava il ritorno del drappello
per spingere i malviventi forestieri alle coste.
All’alba il messo arrivò insieme a Thoni
per investigar sull’abusivo sbarco
e sentire e giudicar le loro ragioni.
Il primo ad essere interrogato tra gli stranieri
fu Paride che sembrò essere discreto
alle domande fattagli, s’erano predoni.
Cominciò il dire, ch’erano scampati,
ad un attacco d’una nave d’Agron,[48]
contro una nave che pensava fossero pirati.
Gli Illirici s’erano verso di noi avvicinati
quando una nave di pirati fu alle loro spalle
e in poco tempo si videro affondati.
I Fenici, in fuga dalla nave pirata,
nuotarono verso di noi, che li salvammo
mentre compimmo una rapida virata.
Così accolsi i naufraghi sconfitti,
offrendo loro di remare per la nostra nave,
essendo che, dal male l’avevamo sottratti.
Dopo giorni di navigare in acque chete
un improvviso uragano innalzò le onde
che fummo sospinti come pesci nella rete.
Ci portò fin qui nella sabbiata spiaggia,
piena di paludi, ove il Nilo s’arresta
e poco fronteggia il mar, tosto indietreggia.
Senza speme di ripartire, né di trovar dimora
approdammo alla ricerca di un luogo
che ci avesse accolto in quell’ora.
Così, entrammo nell’entro terra
alla ricerca di un luogo quieto e trovar
qualcuno che di noi si prendesse cura.
Riparar le falle e le divelte vele
per poi proseguire tra la mia gente
che verso di me è d’animo gentile.
Thoni sospettando che il suo dir non fosse vero
interrogò i marinai, che presero ad accusarlo,
dicendo, che fu lui a derubare il tesoro.
E che Paride, ingannando l’amico,
gli portò via la moglie e lei s’adoperò,
nel tradir lo sposo, lasciandolo mendico.
Elena e Paride si guardarono negli occhi,
e intendendo che le accuse eran gravi,
si videro come in un labirinto senza sbocchi.
Allor, Elena si trasse ch’era in riga,
per far capire il suo dissenso e
scaricare su di lui, la colpa della fuga.
A ciò Thoni decise di portarli in corte
per essere giudicati come spie
e far cadere su di loro, la pena della sorte[49]
Notificato il dispaccio in corte,
Thoni li condusse da Proteo, ch’era in Menfi,[50]
per trarre le verità che furono contorte.
Elena nella corte di Proteo
In presenza al re Proteo, dio delle foche,
che al surger del mattino emergi dal mare
come un’onda che inalba al sole e si spiega
rispecchiando i raggi nell’intorno, da far apparir
luminoso il giorno, io m’accingo a dir cosa
mi portò in questa intrepida avventura che
nell’intimo mio s’è avvezzata da farmi lasciare
la mia dimora ed il mio sposo, fedele nel suo
amore ch’altrettanto io ripagai con indesiderato
innato. Or mi trovo nel muovermi
in vicende d’amore alla ricerca dell’uomo che
m’avrebbe fatto conoscer le porte del destino.
Così, non per mia solerzia volli andar con Paride,
ma spinta da un voler divino, trascesi lo stato
mio di moglie per accettare, mio malgrado, quello
d’una amante che, inavveduta, segue l’istinto.
Non so spiegarti il modo né come io sentii il
desiderio d’accettare, persino, di rubare il tesoro
di Menelao e fuggire con lo straniero, mentre
or mi trovo davanti a te, re Proteo, che giudicar
mi devi dell’agire che per me è come un sogno
scadutomi dal cielo, trovandomi in questo luogo
misterioso lontano dalla mia gente.
Proteo, nell’ascoltare, vide gli occhi di Elena
che richiamavano il loro antico incontro,
e il girare nei giardini fino all’ora della cena.
Ad avvezzarsi ad amorosi approcci,
mentre lui pian si ritraeva
per non esser vittima dei suoi lacci.
Ma i discorsi, lusinghevoli da lei profusi
e il suo profumo che invadeva grave,
faceva che i suoi pensieri, venivano confusi.
Molte volte la vide nei suoi sogni,
vivere quei momenti che lasciavano
nel suo cuor profondi segni.
Ed or quel desiderio di averla era assopito
le appariva come se mai l’avesse amata
accogliendola come un’ospite al suo invito.
Anche se il suo cuore fosse sovrumano
sentiva che lo sguardo gli rafforzava
il desiderio d’averla a lui vicino.
Così i due intesero di far convito,
lasciando Paride al suo destino
per quello che prima aveva rilevato.
Paride risponde a Thoni
Sono Paride, figlio di Priamo re di Troia.
Il mio desir non fu mai di intraprendere
avventure, né di lasciar la mia gente, che
degno rispetto godo e fama oltre i confini
e accolto bene son da ognuno. Fu
che un giorno in giovanile età mentre stavo
con Cassandra, mia sorella, fuori dalle mura
a scrutare le difese, lei mi predisse che
sarei stato portatore di sventure a chi s’avesse
a me legato. Non credetti alle sue parole.
Io gioivo i giorni che accompagnavano
le missioni che il padre mio mi dava
e le escursioni che facevo in caccia.
Così, ero sotto un albero di cedro, quando mi
comparve Afrodite che si allietò nel
vedermi e m’ammirò. Così mi disse
che aveva un incarico da darmi che
m’avrebbe cambiato il vivere se avessi
conquistato la donna da lei scelta, Elena,
mi sarebbe stata moglie di bellezza rara.
Nulla io progettai di rubar il tesoro, né la donna
del mio amico Menelao, che conobbi al mercato
d’Argo, né io conoscevo Elena sua moglie, ma
nell’incontrarla un mistico sentimento mi invase, che non fu controllato dal debole mio cuore, che come se ci conoscevamo uniti fummo dal divino ardore.
A questo dire i marinai presero parola
e dissero che dopo aver preso il tesoro
e la donna, si sarebbe dileguato tra la folla.
Lo sentirono bisbigliare durante il pasto
con Elena del tesor di Menelao,
ma a loro disse, di non averlo visto.
Fuggiti che furono per Troia,
Menelao li inseguì. Solo tardi
s’accorse ch’erano andati via.
Proteo, che conosceva l’Atride,
non credette il dir di Paride
e decise di non porgli fede.
Dopo che nelle camere s’era ritirato,
ne uscì con il seguito della corte
e lesse il verdetto all’imputato.
Proteo sentenzia Paride
Se, i tuoi marinai non avessero preso parola
di contrastare con giustificata accusa e di
aver sentito con le proprie orecchie il tuo dire,
mostrando che la loro testimonianza non ha
il sapore di vendetta contro la tua temerarietà,
io ti offrirei occasione di dimostrami altre
prove, ma or che ho visto che il lor dire
corrisponde all’accusa datoti, pronuncio
sentenza contro di te come reo.
Nell’anno che io, Proteo inaugurai i riti
alla dea Athena per placare il suo odio
contro mio padre Poseidone, nel giorno che
la luna oscurò parte d’Egitto e l’isola di
Faro, ove io stesso mi distendo per mirar le
costellazioni favorevoli agli dei, miei
consimili, emano questo decreto contro te,
Paride, nemico che invadesti le coste del mio
regno e fosti portatore di illecito tesoro.
Avendo, tu rubato la ricchezza dell’amico
mio Menelao, che un giorno io predissi per lui
il futuro, dichiaro te o Paride sentenza
di condanna. Ma per indulgenza che mi viene
offerta dalla stessa Elena ti scamperò
dalla morte e tramuto la condanna nell’obbligo
di dipartire entro tre giorni da queste coste, solo
senza bottino e senza la donna che con te porti,
mentre i marinai resteranno qui in ostaggio.
Se al quarto dì ti troveranno i miei soldati, sarai,
senza ritegno, ucciso come spia, senza giudizio
ne difesa alcuna. Di te sarà cancellata memoria,
come se mai sia avvenuto questo incontro
e proclamata questa sentenza, che essa sarà
oggi stesso sigillata negli archivi e mai cercata.
Per questo, tengo Elena e il tesoro che
ingiustamente hai rubato e aspetterò di Menelao
il suo venir, che si prenda la moglie
e il suo tesoro. Di ciò si faccia fede agli anziani
e ai dotti della Legge, che a Menfi è custodita Elena,
la quale è libera ed onorata nella corte e nei luoghi
ove alloggia ed ospitata. Così è stato sentenziato
e così sia scritto. Proteo, dio e figlio di Poseidone,
dio del mare.
Canto 4
Paride lascia l’Egitto
Si mosse Paride, senza alcuno aiuto
e con fatica riassettò la nave per partire,
mentre Elena, s’accostava al re or, gradito.
Dopo tre giorni fu pronto per salpare
per andare vagabondo in mete che
non gli permettevano di tornare.
Elena, lo salutò con segno d’abbandono,
e tutt’intorno vi fu silenzio, mentre
il suo cuor, forte batteva, senza freno.
Non sapeva, Paride, se quello fosse un sogno
o una decisione inaspettata degli dei
o di un castigo per non esser stato degno.
Già vedeva a lontananza dalle arpie
che gironzolavano ed erano guardinghe
da far supporre ch’erano delle spie.
Erano le arpie, nate per uno fine vuoto,
da un amor balordo e proibito,
da un incesto avuto tra Forco e Ceto.[51]
Così, furono mutate in mostri alati,
beccavano i corpi dei marinai che
si fossero nei mari avventurati.
Col vento in poppa, egli, si trovò al largo
tra lo spasimo e l’ignoto e il suo vagare
mentre si avvicinavano a lui due imago.
Eurilo ed Adilo[52] nel naviglio s’erano infiltrati
lasciando i lor compagni per seguir Paride,
dato che dagli altri furono isolati.
Si presentarono con animo servile
e col desiderio di ritornare in Jarbha.
Così, l’Ecubo li accolse e fu gentile.
Erano esperti e conoscevano i mari,
sapevano orientarsi con le stelle,
ed erano valorosi marinari.
Bisogno aveva di loro, il fuggitivo,
che tesoro fece dei lor consigli,
che puntò a Gabes, un porto bene attivo.
Vicino v’era l’isola dei Lotofagi, loro terra,
la quale, di spezie con i vicini trafficava,
vivevano pacifici e non cercavano la guerra.
Dopo un giorno di navigare,
apparirono le arpie, in nuvolo denso
ed erano pronte per divorare.
Il loro orrendo strepito infuse terrore
che la ciurma si buttò lungo il ponte
per nascondersi e non farsi afferrare.
Con un veloce volteggio s’insinuarono
tra gli ormeggi del veliero e con artigli
e con il becco dannosamente li colpirono.
Paride e i sui non riuscirono ad affrontarle,
le ferite riportate furon gravi che per coprire
il proprio volto non badò alle spalle.
Egli prese della pece e in un attimo di tregua,
la collocò in un catino e fece fuoco
così riuscirono a muovere le arpie la fuga.
Le arpie riprovarono ad affrontarli,
ma furono disturbati dal propagar del fumo
che salendo li minacciava d’affocarli.
Tentarono invano per reagire,
ma sbattevano in ogni lato del veliero
che in poco tempo, dovettero fuggire.
Per il dolore la ciurma fece eco,
si muovevano nel ponte qua e là
come se ognuno fosse cieco.
Dopo che si ebbero sanate le ferite
decisero di ripartire verso il porto,
scordando le amare ore già sofferte.
Tuttavia, qualcuno scrutava intorno
se le arpie tornassero all’improvviso
pronto a suonare l’allarme con il corno.
La direzione fu verso la terra dei Berberi
ch’ebbe in potestà Didone, la figlia di Muttone
re di Tiro, insieme a tutti i suoi denari.
Didone parla in corte del suo passato
Al fatidico destino che mi rese sola e a quel
ricordo non resto muta quando l’astioso
Pigmalione, mio fratello, che per la sua innata bellezza
ebbe del mio sposo Sicheo immotivata gelosia,
poiché, ritenne esser suo rivale nell’aspetto
e così non negò di colpirlo mentre stava inarcando
l’arco per colpir la preda. Diresse il dardo verso il petto
del mio amato e lo uccise. Grande fu il dolore che
convolse la vita mia che stava aleggiando come colomba
verso sentimenti mistici delle alture dell’Olimpo.
L’efficacia di quel dardo mi stroncò il destino, lasciandomi vedova e ertana moglie innamorata del mio Sicheo.
Il mio continuo pregare agli dei, mi conforta,
ma non mi ridona l’uomo che amai
né i giorni avvenire mi ricolmano la speranza
di rivederlo tra le mie braccia.
Così ho deciso d’abitare questa terra
che mi fu data e voto offrire alla mia castità
per dar amore a questo popolo[53] che m’accolse.
In Tunisia
Qui in Libia trovai asilo dai Berberi, popolo
umile, coltivator della terra, che nel vedermi
provenir da Tiro, poiché, Pigmalione m’esiliò
dal suo reame, mi fè regina qui con tanti onori.
Ed or mi dedico a Sicheo a sognar la vita
mistica in compagnia del suo ricordo.
Non con altri desidero il mio vivere né l’amor
che mi offriranno mi distoglie il rimembrar di lui.
Il sognare prese possesso nel mio visone
dell’estasi e del sentimento puro che mi legano
alquanto a quel che resta del futuro, di
ritrovalo gaio per il mio fedel sperare e per
il costante amore che dissemino tra questa gente.
In suo onore, mi prodigo di intervenire causa
di un lor viver migliore.
E per ricompensa al lor generoso cuore, ho deciso di fondar Cartagine[54], città nuova, che si protende tra due Baie, ove un canal li unisce sotto lo sguardo d’un colle che accoglie il primo d’ogni mese, il dio Apollo.
Nella città ergerò un tempio dedicato ad Afrodite per le difese e le premure che mi fè, quando nel progettar la fuga da Pigmalione, seppe che io rivendicar volevo l’offesa con altrettanto impeto, contro di lui. La dea, però, mi spinse, dopo l’esilio da me declamato, di non tornare indietro per non trovar la morte.
Canto5
Elena nella corte di Proteo
Elena, si allietava col favor di Proteo
dentro le stanze del palazzo con le ancelle
ad ascoltare musica mistica d’Orfeo.
Al sol calante con le vestali si recava al Faro,
ove Proteo, dalla riva guidava le foche
nella baia, che faceva lor da scalo.
Le foche che a branco si radunavano,
poi li guidava verso le colonne d’Ercole[55]
nel momento che il mar lì era più alto.
In un angolo di prato vagheggiava
con il suo corpo la bella Elena,
mentre un pastor vicino l’osservava,
si avvicinava lento con gli occhi lucidi
e con divino aspetto d’un semidio
col compito di parlarle di alcuni eventi.
Era Hermes degli dei, il messaggero,
portava nuove da Menelao che la cercava,
sebbene il suo amor non gli fu sincero.
Di ritrovarla, s’era imposto, ad ogni costo
e rivendicare l’offesa del troiano che s’era
presentato con inganno e bell’aspetto.
Elena fu grata di quel che le fu detto,
poi gli chiese se gli dei avessero in serbo
di cambiar per lei il corso del suo fato.
Hermes predice a Elena su Menelao
Ancor, con Paride il tuo cammino
non è completo ed il fin verrà quando
il fato a te sorride e ti muterà la vita
lasciandoti intraprender il viaggio che
ti porterà in Ilio. Diversi sentimenti
ti conquisteranno, ma il desiderio di averti
non cesserà in Menelao, che intrepido
ingaggerà rivolta di tutta la nazione contro
il vile amante che osò a lui strapparti.
Disquisiscono gli dei per la tua immunità,
ma non tutti son d’accordo, tal che, Zeus[56]
in segreto ti manda il dir di perseverare
in questo stato di speranza, senza
imminente visione di libertà, ma perduri
e non rallentare di invocar gli dei per
proteggerti dalle insidie che vengono d’altrui.
Stai accanto a Proteo che non produce intento
di averti ad ogni costo, ma solo di
proteggere il tuo futuro, raddrizzando le vie
per raggiungere il tuo fine.
Così, Herms, dopo aver parlato andò.
Elena, così, vedeva Proteo che in una
Occasione, per esser mite la elogiò.
Proteo ricorda il passato con Elena
Già sulla crespa dell’onda ti vedevo
come ondulante tra le fronde e il sole
rispecchiarsi sul tuo volto coronato di fiori
dava segno al mio cuore che oggi
t’avrei incontrato e ammirare la tua bellezza
e il tuo frivolo ondeggiare aulente
dei tuoi capelli. Creatura sei scaturita dal
meglio gioir del dio, che volle improntare
l’abile sua magnificenza in te col modellare
il volto tuo con fiori dell’Olimpo e resina
d’Oriente. Il tuo sorriso amabile, gioisce
la luce del sole quando rispecchia al mattino
e riscalda la brina. Elena, con la tua bellezza
agreste attrai e dai frenesia agli uomini di soffrir di
sentimenti arcani. Inondi i cuori degli innamorati,
che non possono averti. Io ch’ebbi il tempo di
conoscere la tua indole di giovanile impronta,
quando venisti in questa terra per vedere me
e saper del tuo destino, allor mi infondesti
il tuo gioire di bellezza nella vita, ch’altro
non volli. Se il buon senso non mi avesse
liberato dalla coltre di profumo di Cipria
che incontrollato mi inoculò gli occhi,
mi sarei mosso al desiderio d’averti
incondizionatamente. Or che anni son
passati, l’antico ardore, scemato alquanto,
mi ritrae dal tentare l’imprudente approccio
che detrimento mi arrecherebbe se non l’odio
degli dei, miei simili, dell’Olimpo abitatori[57]
Elena risponde al passato di Proteo
Se il tuo desiderio di avermi e il sentire
del mio cuore d’essere accaldato dal tuo,
incontrarono difficoltà poste dal fato che
non permisero che in noi nascesse amore,
pur or sento, un ribollire di pretesa
contro quel sincolar destino inflittomi
dall’alto, che non mi permise libera scelta,
d’essere costante nell’amare, sebbene
Menelao resta pur l’unico, da cui, non possa
fuggire d’essergli consorte.
Per volere degli dei, vedo che il peregrinare
non mi giova, piuttosto sento fortificare
il futuro incontro con l’uomo, di cui, son moglie,
malgrado sono perdutamente amante del troiano,
venuto a sconvolgermi lo stato del mio vigore.
Non altra alternativa io vedo, per aggirar la fine,
né il fuggir mi nasconde dal vezzo d’essere
amante di qualcuno e mi sento misera
più che bella e solinga più che desiderata.
Proteo, tu mi rivelasti ciò che mi perdura ancora,
il viver mia resta grave che mi distoglie dall’essere
stimata. Quasi al pensar mi pento d’aver saputo
quello che non avrei voluto. Or capisco il tuo
restio atteggiare, quando ti chiesi di conoscere
il mio fato, che mi deluse al saperlo amaro.
Non so come fuggir dai miei giorni e
dall’incanto che m’attrae non poco,
senza cedermi momento di ripresa, ne
il resister m’è convenevole né il ribellarmi
mi produce utile guadagno[58] Quindi ho deciso
di assuefarmi al vento che mi trasporta
in luoghi predisposti dal futuro che man mano
si manifesta in me come ricompensa di ripagare
Paride nell’isola dei Lotofagi
Paride ed i suoi,[59] presso la costa
avvistarono l’isola dei Lotofagi
mentre il veliero si spostava a manca.
Inumiditi dalla brezza,
decisero di buttar l’ancora presso la riva,
dov’erano dei frutti a poca distanza.
Così pensarono di mangiare
prima d’incontrare gli abitanti
ed essere accolti come ospiti di mare.
Appena sbarcati, i capi del luogo
saputo di Paride, il troiano,
lo accolsero con un real saluto.
Paride racconta ai Maclei
La penisola che si estende avanti a noi
si addentra a formare un golfo, come se
resistesse al mare per non soccombere.
Gindane, è il suo nome, e ospita i Lotofagi,
tribù che da antico tempo si nutrì di loto,
frutto del luogo dal quale estraevano un vino offerto
al dio Tritone. Vicino a loro, v’erano i Maclei1
che usavano tal sistema. Separati da un fiume,
il lor destino era di vivere insieme ai gitani, di fronte
alla misteriosa isola di Phla. Lì è l’oracolo che fu esternato,
che un dì vi sarebbe stata invasione dei
Lacedemoni, ove lo stesso Jasone si arenò,
e avvenne che egli possedendo il tripode
del dio Tritone,[60] per accordo lo ridiede per
essere liberato dalla palude.
Così Jasone, pose il tripode di bronzo di Tritone
al posto suo. Accanto v’era la tribù dei Maclei
e quella degli Ausi. Ogni anno davano onori
ad Atena, nella qual cerimonia due gruppi
di ragazze si fronteggiavano con bastoni
e pietre attaccate in corpo. Quel rito era
per onorare la dea come la nostra Atena
in Grecia. Prima di incominciare la lotta,
vestivano la più bella delle guerriere
con vestiario greco e con elmo corinzio.
Come sapevano dell’armatura greca è un mistero.
Lor dicevano che Atena era figlia di Poseidone,
la quale, la diede a Zeus in adozione,
questo disse Paride, con l’aiuto di Eurilo ed Adilo.
Così sbarcarono gli arditi navigatori,
mentre a suon di tamburo,
furono accolti come vincitori.
riconobbero Eurìlo essere di loro
e lo abbracciarono come forsennati.
Ma quando videro Paride, si soffermarono,
poiché, il suo divino aspetto li sconvolse,
e come a un re, tutti s’inchinarono.
Eurìlo, ch’era un Macleo
gli chiese a Paride di presentarsi
e dire lor che non era un dio.
Paride parla ai Maclei
Figlio di Ecuba sono e di Priamo, re
di Troia, fin dalla presenza
dei Mirmidoni[61] nella terra di Anatolia.
I Troiani si distinsero per ingegnosità
e costruirono muri di difesa, contro ogni
nemico indegno, ove inutile fu ogni
tentativo di espugnare Troia o di abbattere
le difese per entrar da conquistatore.
Io, Principe, ebbi grandi onori per la mia
astuzia sull’investigare le vie turpi del nemico.
Contro di noi molti si son scagliati senza tregua
e sono stati tutti abbattuti. Sottomessi fummo mai
e l’onore che in noi emerge arrivò fino agli dei,
che si compiacquero di farmi amministrare
la scelta della donna più bella.
Io, attratto dal destino ed essere coinvolto
in un intrepido viaggio che mi portò lontano
dalla mia gente e ancora fino a oggi mi conduce
in questa terra e fra di voi, per chiedere
un temporaneo asilo.
Ploseo, l’anziano re dei Maclei
Tu straniero, che sei venuto in pace
e ci hai portato un nostro figlio,
ti rendiamo ancor, con grande voto
onore e d’averti fra di noi sarà esultanza
sia che tu ci porti nuove dall’Oriente
ove Babilon è risaputa essere città eterna
e della tua gente, che ci insegnerai il lor costume.
Ti chiediamo, ancora, che tu accetti d’essere come re
e che ci guidi a istaurare la legge che in noi non regna,
perché non v’è famiglia fra di noi ma tutti son di tutti
e lo stesso Eurìlo non sappiamo
chi sia il padre, poiché le donne son di tutti[62]
Adilo, sappiamo sol ch’è un Ausi del vicino
Athena che ci ha portato te come conoscitore
delle leggi e che saprai guidarci ad aver
ordine nel nostro paese.
Paride accettò di buon grado
il parere del vecchio saggio[63]
d’esser di loro un re temporaneo.
Eurìlo fu scelto suo consigliere
ed altri cinque luogotenenti
furono scelti tra i saggi di buon cuore.
Nei mesi successivi preparò
la stesura della Carta con i poteri
che ad ognuno assegnò.
Paride propose di promulgare una conia[64]
simile a quella di Ilio per legiferare
come se fosse una colonia di Troia.
Passò un anno da quando vi fu il rito,
dell’incarico e della lettura dello statuto
e dei poteri che ciascun avrebbero avuto.
La legge vietò il facile accoppiamento
ed il matrimonio fu istituito
come principio di vita e di incremento.
Ed a tal proposito fu rinnovato il porto
ed i campi furono coltivati a frumento
e con i loti si fece vino da esporto.
Un giorno con Adilo, erano andati
a visitar gli Ausi, suo popolo, che
oltre il fiume Triton, s’erano stanziati.
Paride fu accolto con un gran cenone
per aver portato fra lor, Adilo,
figlio di Zelo, sacerdote di Tritone[65]
Il quale, aveva preso la via dei pirati
e pentito, or stima gli fu data
di sorvegliar la zona d’ambo i lati.
quando parlò in difesa del giovane Adilo,
le cose che disse, furono apprezzate.
Ringraziò tutti con garbo e amore,
ricevendo il favor di tutti e quello di Ploseo,
che gli diede potere d’imperare.
Così Paride fu re temporaneo dei Maclei
e mite governatore degli Ausi
col pieno favore degli dei.
Vollero, per quella causa che il rito
fosse offerto ad Atena e ch’egli aprisse
la cerimonia[66] e presiedesse il convito.
La cerimonia all’ospite Paride
Scelte venti ragazze vergine,
furono presentate agli anziani
con vestiti tipici e perle per collane.
Tutte adornate con fiori di loto, divise
in due gruppi, fronteggiavano la dea
con danza ritmica e senso di sacro.
Il gruppo emetteva un suono cupo
per richiamare gli spiriti di fertilità.
I variopinti fiori, coronavano le ragazze che
con inchini presentavano l’offerta ad Atena.
Poi formavano un cerchio ed un altro
al centro, fino a diventare un
gruppo colmo di ragazze.
A giusto punto, sprigionavano un urlo,
e con tutte con le mani alzate ricominciavano
a formar dei cerchi che si allargavano dal centro,
fino a formare due gruppi opposti,
per poi scontarsi, provocando
un rumore assordante.
Armati di bastoni e di pietre
cominciarono a scontrarsi senza limite
e molte di loro stanche
e ferite si ritraevano dallo scontro.
Alla vincitrice, le facevano indossare
l’armatura di guerriera greca,[67] c
on elmo corinzio, per presentarla alla dea.
Veniva fatta salire, poi, in una biga
con un cavallo arabo e lasciata correre
intorno alla laguna, per essere purificata
e pronta per essere sposa del re.
Paride interviene nel rito dei Maclei
A questo obbrobrioso spettacolo, Paride
intervenne con avverso dire agli anziani,
poiché credendo loro di aver mostrato il meglio
del lor costume si compiacevano di esso.
Rozzi e inebetiti! Poveri di ogni sano costume
che dia vero onore alla vostra stirpe,
che con l’atteggiare ignaro
e del torbido contegno causate disastro
alla vostra stessa discendenza.
Oscuro è il vostro malsano impeto di ripagare
la dea, che per onorala con la bellezza
la disonorate con il triste evento di sangue,[68]
che fate scorre innocente dalle vostre figlie,
e con plauso dite che ciò è un rito
ed un evento. In qualità di governatore
di cui m’avete eletto, dispongo che non sia mai
ripetuto un simile sacrilegio e che tutte le
ragazze siano accudite e curate delle lor ferite,
e che tutti diano rispetto. D’ora in avanti,
ognuna di quelle ragazze e di tutte le altre
ancora, prenda un solo uomo per marito,
come ho disposto nei Maclei,
così anche da voi sarà uguale l’obbligo
d’osservare la legge. Io, Paride,
principe dei Troiani, che regnano
incontrastati in Anatolia,
ordino che quanto detto sia scritto
nei vostri archivi e che siano tramandati
ai vostri figli con osservanza
di legge e di rigore. Tutti riconobbero
l’errore e gli anziani si assunsero
la colpa di fronte a tutto quell’orrore.
Adilo, disse che il dir di Paride fu corretto,
poiché, quel costume era crudele e
bisognava agire con sana indole e rispetto.
Paride, lasciate ad Adilo, disposizioni,
fu da altri emeriti, scortato dai Maclei,
ove lo aspettavano per altre funzioni.
Quando arrivò, nel luogo del convito,
vide che molti dei giovani erano drogati
per la quantità di loto ingerito.
E molti, durante la danza per onorar Tritone
cadevano svenuti ed altri smorti,
e gli anziani strambi, ridevano senza fine.
Uno spettacolo di follia
che Paride non sopportò oltre,
e proibì il frutto ed ogni altra anomalia.
Paride insegna i Maceli
Popolo di Maclei, mi rendo dotto che
non sapete intender l’effetto di questo
succo che pian vi distrugge il vostro vivere
e vi trasporta via dal ragionar corretto,
rendendovi ancora schiavi del vizio
e di essere posseduti da uno spirito maligno.
L’apparir vostro insano, non determina
alcun ragionamento sano, che considerarvi
inibiti a qualsiasi commercio o proposta
di legame amico o di favor di dei.
Proibisco l’uso di questo malefico frutto,
che senza limite ne fate uso contaminandovi
il cervello ed essere preda di ognuno.
Da oggi, nessun beva o mangi, senza limite,
questo frutto ma usarlo deve solo per commercio.
Il dio Triton, non vuole sacrificio insane,
ma quello di un guerriero che combatte
ed offre a lui cimeli di valore. Così,
poiché m’avete eletto re, or, per mio titolo,
ho deciso di aiutarvi a prosperare
ed essere civili e popolo sapiente.
Come già detto agli Ausi, ad ogni vergine
sia compagna di un solo uomo e a lui sia sposa
fedele fino alla morte.
In questo modo, farete il voler degli dei,
e loro vi premieranno con molti figli
che diverranno prodi guerrieri
ed onore daranno a voi,
i popoli che vi conosceranno.
A questo parlare del principe valente,
la figlia di Ploseo e di Eurìlo sorella,
gli volse, il cuore e pur la mente.
Paride accorgendosi ch’era bella,
vergine pura con un innocente cuore,
a lei si accostò per volgerle parola.
Ploseo, che capì il suo intendo,
permise che avvenisse quell’incontro
or che vide ch’era sincero e di amor fecondo.
Così liberi d’ogni intoppo
i loro sguardi s’incrociarono permissivi
e s’invasero l’uno l’altro in tutto il corpo.
Quando si fu a lei avvicinato,
Paride, le chiese qual fosse il suo nome
e mentre la guardava ne fu infatuato.
Lipuria gli disse, mentre a lui s’inchinava,
con delicato ed amabile candore,
al principe troiano, che tutta la scrutava.
Tu sei come il fior di loto,
più guardo il tu corpo più mi incanta
la tua immagine di divino aspetto.
Candita è la tua voce che m’imbalsama
e in ameni suoni e armoniosa musica
l’esser tuo, naviga e mi ristora l’anima.
Lipuria, il cuor festoso mi invade
e ancora il chiamarti mi dimena al quanto,
che pur trattenendomi il desir non cede[69]
Al convito, un augure accese un cero,
mentre Paride si preparava a proferire
della sua gente e del suo destino oscuro.
Paride racconta la sua storia
Io che son dalla lontana terra di Lidia,
mi dipartii per sovvenire la richiesta
della dea Afrodite, che m’ordinò,
una impresa singolare e strana.
Dopo un lungo ed intrepido viaggio,
ora mi trovo in questa terra d’occidente
che mi ospita e mi concede sicurtà
che m’allontana al quanto i sentimenti
dalla donna che amo e che
di riconquistar m’avvezzo,
dopo che il peril,[70] Egitto mi contrastò.
Allontanatomi dalla costa, ho navigato
Fin qui, ove tra voi, ho trovato asilo.
Non nego che sento frenesia di ritentare
in quel luogo per riconquistar la mia amata.
Ma senza tregua gli dei s’oppongono
al mio desiderio di ritrovarla,
poiché Elena, è per me il veder dei miei occhi,
per questo, non v’è ostacolo ne limite
che mi impedisca di raggiungerla.
Né, penso che Hera m’affligge
ostacolandomi d’assaporare il mortale amore,
contro l’assenso degli altri dei.
Ma or non posso che accettare questa
misteriosa realtà che muta il mio percorso
e mi distoglie dal seguire il mio destino.
Come m’attrae ameno il tuo nome, Lipuria,
così questo luogo deciso da un fato,
mi incatena, mentre il disperar
m’inculca affanno.
Al suo dir Lipuria, risponde
Se il destino volle divergere
il tuo peregrinare verso questa terra,
contro il tuo volere, inverso da quello
che gli dei ti spinsero, tuo malgrado,
verso il luogo che ostenti d’accettar mal grado,
e se il mio volto è diverso da quello
che i tuoi occhi vorrebbero vedere,
fa che essi si compiacciono
al dolce mio languire de miei,
che dovutamente ti trasporteranno
in dimensioni arcane ove tu pensi
di trovare l’eccelso amore. Io misera
con pochi meritevoli pregi, né d’alto rango
di provenir m’impongo, ma della semplicità
che corona la mia vita e che dipinge il corpo
mio e lo fa essere sincero. Degna son della mia gente
e della mia profonda onestà,
or si, mi vanto. Paride, io t’ammiro
perché sei sincero e non posso dire
che celi il tuo sentimento per portare
inganno, che dal momento che t’ho visto,
l’impulso d’amarti in me non ha cessato.
Se tu vuoi, farò che tu dimentichi
il passato per il tempo che decidi
di restare in questo luogo,
prolungando il tuo viaggio,
e che i giorni qui vissuti ti siano
come balsamo al tuo pensare.[71]
Come profumo al tuo volere sarò,
mentre tenero sarà il mio conforto
ed il mio servil concedo al tuo bisogno.
Non voglio che il tuo penar ti sia fardello
o che intorbidi il tuo cuore al mio.
Le mie premure, che con dovizia son pronte
a condividere con te, ti strappino il legame,
deciso, dal tuo passato, mentre se vuoi,
gelosi li conserverò nel silenzio dei tuoi ricordi.
Al suo dir, Paride, diede consenso e fu grato,
dell’affetto che lei, gli mostrò.
Paride, commosso dall’ospitalità
Paride, abbracciò Lipuria teneramente,
mentre il suo volto, commosso,
espresse gratitudine e gioia alla gente
Così, fu invaso dal quell’amore acerbo,
che pur credendo di non cedere a passioni[72]
al proferir di lei, si avvicinò con dolce garbo.
In quell’attimo, si ritrasse dal suo ricordo,
e accettò la realtà che gli appariva,
convinto di essere il suo sposo in ogni modo.
Lipuria, forse artefice del suo fato,
s’avvinse a lui con gioia, mentre
il popolo compiaciuto, non pose veto.
Intorno, fiori di loto erano a bella vista,
davano l’aspetto d’essere nell’Olimpo
e la natura sorrideva alla loro vita.
Così, quel giorno fu reso storico,
poiché, quella gente, da tribù
divenne un paese amico.
Dopo due anni, fu desto dal lieto evento,
Lipuria, ebbe un figlio che da giovanetto,
già si preparava a vernare il regno.
Ma un giorno, dei pirati[73]dell’Illiria
nel tempo che Paride era andato via.
Contro il loro impeto repentino,
nulla poté fare Eurilo con i suoi,
sebbene, combatterono con zelo.
Si districò con tutta la sua forza,
ma Lipuria, cadde nelle loro mani,
ferita, invocò aiuto, ma restò indifesa.
Paride, arrivò nel frattempo
e li colpì con frecce e poi con spada.
Li affrontò e li respinse da quel luogo.
Nella lotta i pirati tutti furono uccisi,
ma quando egli tornò in Lipuria, era
morente e i suoi occhi erano socchiusi.
Si accostò a lei con amore
ma mentre le dava coraggio con parole,
sentì affievolirsi il battito del suo cuore.
Lipuria e le sue ultime parole
Paride! Che strano! Avrei dovuto essere
sacrificata alla dea Atena, nel modo
come tu stesso ci hai proibito.
Intanto che noi ragazze, ingenue al destino,
ci scontravamo ignari per compiacere la dea.
Tu hai interrotto quel rito
e ne hai messo un altro in moto,[74]
floreale e caldo come il sole.
Il fine della vita sta dietro a un velo
senza vedere oltre il domani,
mentre ci accingiamo a sperare
che il giorno ci porta gioia per amare la vita.
Ma oggi, se ho conosciuto il fine
e son sazia di giorni e stanca di speranza,
pur il cuore mi dice che il dio del mistero
mi darà visione del futuro e il mio
popolo mi ricorderà a lungo.
Paride, straniero caro e mistico uomo di divino
aspetto che ebbi onore di godere il tuo amore,
soddisfatta or sono e mi sento piena del tuo onore.
Muoio con il ricordo di tuo figlio
con l’immagine d’una forza che mi de conforto
e mi allietò nell’esistenza, la quale, ebbe l’apparenza
di un lungo corso, ma che s’arrestò al primo
albeggiar del giorno.
e come trascinato in un baratro,
senza sostegno d’aiuto s’accasciava.
Pianse, odiando il giorno d’esser nato
e quel pastore che neonato lo salvò
dal quel dirupo, che giù sarebbe andato.
D’essere nato per portar sventura
e seminar tragedie negli onesti cuori,
mutando la loro vita, valutata già fortuna.
Il suo animo sentiva della vita il peso
e la gravezza di un fato avverso
e la delusione di non essere difeso.
Paride addolorato per la morte di Lipuria
Meglio lasciare questa terra, ch’io
non la contamini con il passo del mio piede.
M’ero convinto di portare grazia e civiltà
per sollevare questa gente dal penare,
ma ostile mi è stato il soffio minaccioso
degli dei che, non mi risparmiano dal soffrire
ed essere cagione di mali e di sinistre avversità.
Senza speranza d’avere alternativa
di riposo o di modesta tranquillità,
accerto che il mio percorso è senza visione
né di rivedere il mio popolo.
Le parvenze di repentine gioie m’illudono
e mi causano svagata fiducia, che
m’affonda nel vuoto della vita
senza un appiglio di speranza alcuna.
Diseredato fui, anche dal padre mio,
per questo fato che mi cadde addosso
da quando nacqui, senza colpa alcuna
e il nulla mi consola, a che, gli dei possano
liberarmi da questo orrido dolore
per tornare ad essere vivente come si conviene.
Così, come uomo che chiede con meritato
sacrificio la serenità, lascio o Pleuso
la tua terra che mi dette ospitalità e conforto
e il ricordo al cuore mi resterà per lunghi
giorni e mai la mia bocca proferirà
menzogna nel decantare la tua generosità
ed ancor per l’esemplare amore ricevuto
da tua figlia Lipuria.
Così, Paride, preparò la nave per partire
senza meta alcuna, se non, quella del destino
che lo porta qua e là tra le vie del soffrire
Quando la nave fu pronta per salpare,
egli, salutò Ploseo e tutto il popolo,
mentre issava la vela con profondo sospirare.
Così Paride lasciò la terra dei Maclei
e senza parola, alzando al cielo il volto,
si rimise, umilmente, al volere degli dei.
I Maclei, per la dipartenza, furono commossi.
Vollero salutare l’audace troiano,
con tutti gli onori come si fanno ai valorosi.
Paride verso la terra dei Berberi
Il vento lo sospinse verso ponente
oltre la Libia, nella terra dei Berberi,
ove d’origine fenicia era la sua gente.
In Hammamet spinto fu, nel suo golfo,
approdando in Adrumeto,[75] il luogo
gli ricordò ove visse la venere di Saffo.
Da quel modulare della costa sabbiosa,
simile a quella descritta nelle epiche,
che distinse la poetessa amorosa.[76]
I colli sembravano di umano aspetto,
che pur colpiti dai raggi del sole,
apparivano flessi come spinti dal vento.
Ospitale, Paride, vide il luogo
che pensò di rifornirsi e poi seguire
la via che conduce a un lago.
Nel luogo, due gendarmi si fecero avanti,
Eos e Teo[77] che, al vedere Paride,
lo conobbero e furono galanti.
Dai nomadi che trattavano con i Maclei,
seppero della sua origine reale, così
l’accolsero come un protetto dagli dei.
Paride salito nel cocchio insieme a Teo,
guidò la biga coma fa un troiano, che
con le briglie sciolte rese liberò il cavallo.
Le guardie, accolsero la sua richiesta
e con gioia lo condussero alla regia
ove, Didone, lo accolse con gran festa.
Paride ammirò la città d’origine fenicia,
i colonnati, vide e le vestigia[78]
dopo, salutò con elogio la regina.
Come Troia, Cartagine era disposta,[79]
superba s’affacciava al mare,
per fermare il nemico che s’accostava.
Con la sua strategica posizione
era ben fortificata che superava
le altre città in quelle zone.
Piena di capisaldi era e di colonne
essi s’articolavano fra gli avamposti
per ostacolar dal mare l’invasione.
Di un grande arco composta era la porta
e di cento cubiti era l’altezza e di trenta,
all’uscir ne occupava l’armata.
Maestosa era la ritta via che arrivava
fin su la corte ove stava, Didone,
con i suoi fidi che lo attendeva.
Con suon di trombe entrò Paride,
come si conviene nei costumi di corte,
e a lei s’inchinò con tutta la sua fede.
La regina, nel vedere Paride s’incantò,
attratta dalla sua corpulenta bellezza,
che a lungo gli occhi da lui non sviò.
Paride si presenta a Didone
Sono Paride, principe di Troia, che contro
a ogni lato pensiero di venire come intruso,[80]
fui sospinto dal vento e dal destino
che di me ne ha fatto uno strumento,
da quando intrapresi l’intrepida avventura,
di conoscere Elena, figlia di Leda
e moglie di Menelao, re di Sparta.
A questo disegno fui sospinto da Eris,
a scegliere fra tre dee donando alla più bella,
una mela, di cui, scelsi Afrodite.
Ma il contrasto di Hera, mai si è placato
d’inseguirmi e di ostacolare il mio viaggio,
che ancor non so se finirò o sarò ricompensato.
Così il vento soffiommi in questo luogo
ma resto restio, poiché, non so dir se fu fortuna
nell’incontrare donna di virtù rara,
come te, o Didone, regina di Tunisi
e fondatrice di Cartago, ove rispecchia
l’effigia di Tiro, città fenicia, tua origine.
Ti chiedo, ora, ospitalità fino al giorno
che gli dei mi lasceranno riconquistare
Elena, che nella corte di Proteo,
il fato ci separò, quando indegno
fui considerato, per averla tolta a Menelao,
di cui, nulla fu di mio volere d’organizzare
il rapimento, né di usar torto al re, suo sposo,
che amico m’è d’antica data.
Di te, ho stima che il tuo generoso cuore
ha sofferto,[81] d’essere orbato
dal suo stimato amore. Abbi di me
compassione e di ragione esamina il mio cuore,
che degno servitore si farà al tuo volere
ch’altro non chiede.
Didone risponde a Paride
Onore tu porti in questa corte e degno
è l’aspetto del tuo apparire che la tua sincerità,
m’ispira d’avanzare accordo al tuo dire
che somiglia chi emana dal cuore sicurtà.
Per coronare il mio desio d’averti tra di noi,
sollecita me di compiacermi ad ospitarti,
o nobile troiano. Da tempo non ebbi
il favor del fato che mi alimentasse
la speranza che da me s’era dissoluta.
Or offrendomi favore mi pose in salvo,
a sfuggire dagli ostacoli
e degli altrui mendaci approcci.
Così venni in questa terra per rivalutare
il visone del mio riscatto,
per essere stata crudelmente esclusa
dal legame dell’uomo che tanto amai.
Bene accetto sei in questa terra,
che il fissare lo sguardo all’aspetto tuo
mi fa rimembrare il tempo di quando ero
avvinta alla attesa che m’aveva
partorito la felicità, ma contesa fu da mio
fratello Pigmalione, soffocando l’acerba
vita di Sicheo, che or mi resta solo ricordo
e il vano sperare d’essere affrancata.
Paride, si inoltrò con loro, nelle stanze
con il tocco della mano tesa di Didone
ove lì preparano candite pietanze.
Lenticchie, cinghiali, furono serviti
e ancor loti che dolcificarono i palati
mentre le danze allietavano gli invitati.
Dopo partirono per il sacro luogo
nell’isola di Jarba, vennero, ove, Didone
lasciando i voti[82] ammirò di Paride l’immago.
Il vino di quel luogo, con delizia fu bevuto,
che dominò in quel pranzo surreale
e il gioir d’ogni cuore fu placato.
Consenso vi fu per il troiano tra i commensali
e ancor più da Didone, che le conquisto il cuore,
dandogli la dignità dei principi reali.
Paride fu gradito come ospite d’onore,
ammirato come condottiero e semidio,
tal che, nel regno e nella gente fè furore.
Didone, con Paride si sentì in estasi,
pensò di farlo sostare nella reggia,
di amarlo ed esser a lungo sposi.
Anche Paride, si sentì d’essere infatuato
si convinse che quella volta la sorte
lo avrebbe un po’ scansato.
Tutti e due bisognosi di rivalutar la vita
dalle sventure e dai momenti amari
condivisero la scelta dal fato ricevuta.
L’affetto, era quello che cercavano,
d’assaporar l’amore e di ripudiare
l’evento obbrobrioso del passato.
Didone, dall’incontro fu appassionata,
e pensò che amare Paride, avrebbe
ricominciato una vita spensierata.
Nella stanza bronzea pendevano
dipinti e arazzi di gran valore e fenicio
era l’affresco che stava sul divano[83]
Il giallo cupo e il rosso mattone
dominavano le pareti con le immagini
di dame e di guerrieri della terra di Didone.
Il pavimento ricco di mosaici,
di dipinti e arazzi e di cimeli,
raffiguravano le vittorie sui nemici.[84]
Al centro, vi erano figure di due vestali
sdraiate sotto un albero che ammiravano
la natura e la bellezza delle valli.
Dietro, dove erano seduti Paride e Didone
v’era un grande affresco ed ad ambo i lati,
Venere e Leda, che additavano Mirone.
Quattro tripodi, ciascuno con un lebete
ai lati del salone, che facevano da serto
e due candelieri stavano ai lati della parete.
Tende di tessuto d’Oriente
ricamati da mano di ancelle esperte,
ostentavano la luce che entrava dalle porte.
Il baldacchino, eretto con legno d’Ebano,
ornava la stanza circondata da colonne
col soffitto che specchiava un cielo arcano.
I due amanti, attori del mistico incontro,
ciascuno dimenticando il passato amore,[85]
realizzarono il sogno divenuto vero.
Iarba,[86] sei mesi dopo fu informato
ch’era arrivato da Elissa, il troiano,
e che un accordo segreto era stato fatto.
Irato, d’avere ceduto per la Carta,
radunò una disperata armata
e si diresse per riscattar l’amata.
Iarba, parla a Didone
Cartagine m’appartiene perché è mia,
io son stato il tuo generoso donatore,
o Elissa, per il quale, t’avresti concesso
a me ma nulla ora vedo che tu convieni
a ricompensar il dono del mio amore.
Mentre mostravi il tuo segregar del voto,
mi respingevi con costante e indisposto
volere d’avermi accanto, tale che,
la via presi di star lontano per aspettar
il tempo favorevole al tuo assenso.
Or, son qui venuto per rivendicare
ciò ch’è mio e di rompere il fido patto
che verso di te io feci, senza clamar
compenso ne altro che a te non piaccia.
Veduta la tua infedele promessa e che di me
nulla ti aggrada, né il ricordo né il pensiero
di stare insieme, or, pretendo il tuo amore
e di combattere lo straniero son pronto.
Elissa[87] tu m’ai ingannato, con parole
e pensieri d’affanno che nutrivi per il tuo Sicheo
e mi hai allontanato, mentre tramavi d’incontrare
l’uomo che ti compiacesse e cancellare
la mia premura, che con fedeltà ti dimostrai
oltre tempo col mio cuore, dal quale tu domini
senza timore alcuno. Per questo son venuto
risoluto a riconquistare l’apprezzamento tuo
verso di me e che son pronto a combattere
ed eliminare lo straniero, che con inopinato
modo s’è posto tra di noi e verso di te
essere il prode pretendente del tuo cuore,
facendo sì, che tu mi ripaghi il giusto che t’ho dato.
Così, non combatterò contro il tuo esercito
o il tuo popolo, ma sarò contro il troiano
e lo sfiderò a cimentarsi contro di me,
ed offrire agli dei la scelta del destino
che esso, oggi, richiede un vincitore
per la prosperità di Cartago e del mio amore.
Paride risponde a Iarba
Non sono qui per usurpare il posto di
qualcuno ne di mettermi a confronto, ne
d’offendere il tuo animo che tanto ha
fatto di meritarsi piena fiducia,
ma nulla puoi comandare ad un altro
cuore, opprimendo con il tuo volere la
libertà d’amare né il desiderio d’un cuore
se sceglie ciò che tu non puoi dare.
Non è indole d’un re, quello che cerchi
d’imporre altrui, ma egoismo e
sopraffazione di potere e di sentimento,
che non vede ostacolo nè limite,
perché tu possa soddisfare e piegare altri
al tuo desiderio e al tuo impeto,
che ti spinge in fallace duello con me.
Mi sfidi senza alcuna ragione
che quella di usurpare
il cuore d’una donna per essere
tua succube per quello che le hai dato.
Oh! Iarba, sei accecato di un odio,
che non sai spiegare il fine,
ne ragione alcuna per eliminarmi
per poter aver libero desio di possedere
Didone, che non ti ama.
Accetto la sfida a duello, che superbo
a me proponi e della scelta delle armi
ti do la scelta, per soddisfarti
dell’impeto impari
che manifesti invano.
Iarba sguaina la scimitarra e fa segno
d’esser pronto a dare inizio al duello
per la vittoria che lo rende degno.
Dall’altra parte, Paride, non fa di meno,
col brando lo gironzola con potenza
e fa segno di colpirlo in pieno.
Risoluti, avanzarono l’uno contro l’altro,
senza batter ciglio ne segno di perdono
e al singolar cimento, i due guerrieri si posero.
Mentre, le spade tratte si scontravano,
una voce alta femminile gridò. Fermi!
Era Didone, che fermò il contender vano.
Miei prodi, non è giusto che combattiate
senza conoscere il mio verdetto,
su chi dei due ponghi il mio cuore.
Poiché, ambedue felicitata la mia vita,
pongo un duello a maestria dell’arco,
e chi è il migliore avrà la mia scelta.
Duello tra Iarba e Paride
Questo medaglione, era di Sicheo,
mio sposo, vittima d’una congiura,
consumata al par di quella di Atreo.
Sia posto a pendolar su un albero,
e chi lo scalfisce sarà degno di stare
accanto a me e principe dell’impero.
Iarba che in verità non voleva rischiare,
accettò la proposta così pure Paride
la considerò degna di potersi fare.
Il libico, prese per primo posizione
e mirato dalla distanza di dieci stadi
scocca il dardo e scalfisce il medaglione.
Iarba si sentì, subito vittorioso,
di aver colpito il bersaglio,
dando segno d’essere lo sposo.
Ma Paride, che d’arco n’era maestro,
ed avendo visto che il centro del medaglione
era bucato, mirò diritto al foro.
A mirar con l’arco teso, il troiano, si dilungò
ma al momento giusto, lasciò la freccia
andar dritta al medaglione, che lo squarciò.
Un grido di gioia fu emanato da Didone,
e alzando il vessillo di vittoria, dichiarò
Paride vincitore e Iarba accettò la decisione,
Arretrò deluso e meravigliato
nel vedere la bravura del troiano vide anche
l’animo di Didone, ch’era cambiato.
Eos e Teo ch’erano giudici del duello,
con autorità proclamarono il vincitore,
mentre Didone offrì a Paride, il suo anello.
Paride di quel gesto ne fu onorato
che apprezzò il dono come segno
d’irriducibile amore confermato.
Iarba, sconcertato andò via in un lampo,
silenzioso e con animo adirato
rimandando la sfida in altro tempo.
Eos e Teo e tutto il popolo fece eco
per la vittoria di Paride e riconobbero,
la sua abilità ad usare l’arco.
Elissa, esaltando il valore del troiano,
annunciò l’inizio della caccia al leone
per godere con Paride il suo nuovo destino.
S’avviarono lungo i sentieri aridi
in groppa agli elefanti, verso la savana,
evocando al rombo dei tamburi i lor riti.
Armati di lance e frecce con punte rovinose
si addentrarono in una zona ricca di leoni,
nascosti tra alberi d’alto fusto e vegetazione.
Paride, con maestria usava l’arco,
ed era sempre pronto a colpir la preda
se si fosse passata al varco.
Poiché, di leoni v’erano delle impronte,
egli prestamente si pose in agguato,
mandando gli altri, all’altro fronte.
Ma un rinoceronte s’era posto con violenza,
davanti dove Paride stava per attaccare che
egli montò un cavallo per gestirne l’ingerenza.
Al preciso mirare, nulla potette l’animale,
che colpito in fronte, cadde morto. E tutti
gioirono al troiano che compì un gran finale.
Didone, per l’ardita caccia fu entusiasta,
talché, distaccarsi da Paride più non volle,
né, il troiano, volle perderla di vista.
Un’oasi trovò in mezzo alla savana
ove i due amanti decisero di farsi un bagno.
Nel vederla, Paride, s’invaghì della sua regina.
Ma mentre si vestiva, una voce sentì.
sussurrandogli che quella passione,
gli avrebbe presto avvicinato il dì.
Poiché, maturo era il ritorno per l’Egitto
ed Elena stava ad aspettarlo,
or che Proteo, in missione era andato.
Didone, che sapeva della sua indole divina,
capì che la notizia non fu di suo favore
e che presto l’avventura sarebbe pur finita.
Così, mesta, preparò il suo cuore,
che stava confidando nel destino,
ma presto, esso spense tutto il suo furore.
Didone così parlò
Dopo il benevolo favore fattomi dagli dei,
l’esser mio fu oppresso dall’odio
di Pigmalione che non mi permise di godermi
lo sposo mio Sicheo e dalle molteplici circostanze
anche la natura mi fu avversa.
Decisi dopo che arrivata in questa terra, di isolarmi
dal mondo perché perduto avevo la speranza.
La tua improvvisa apparizione, o Paride,
risvegliò il cuore mio, che mi diede alito alla vita.
Così, la tua presenza ha allietato, il peso
del mio stato, che non mi allieta
i giorni ne mi prospetta gioioso il futuro.
Ma, or, che il fato mi ha permesso di incontrarti,
ho assaporato l’amore che da tempo
ho perduto. Esso mi ha fatto rivivere la virtù
di innamorarmi con immensa gioia e
rinnovare la realtà d’avere ritrovato
il corso favorevole della vita. Immenso
e mistico fu il tempo, in cui, mi resi
conto che il penar s’era fermato e che
la gioia avrebbe dato vita agli anni miei.
Invece, la tua dipartita, mi soffoca
la speranza e mi progetta verso giorni cupi,
quasi, da reclamare al mio errore
l’inavveduta convinzione d’aver trovato
in te, il gradito amore e dei miei agognati
desideri, lo scoprir della felicità.
Paride, che da quel fatal momento che
approdasti in questa terra, ti ho amato
con passione d’iliaco sapore e mai pensai
che il domani sarebbe stato amaro.
Amarezza or vedo avanti nei miei giorni
e che ciò ch’io non volli, venne repentino
a tramutar la mia passione, che mi fè
nascere verso di te, timore. Non
accetterò più che il mio sentimento,
ancor venga a soffrire per un altro uomo,
che se, dovesse mai invadere il mio cuore,
non lascerò che io sia delusa, anzi,
farò finire l’evolversi della vita dell’altrui,
che cercherà di rovinar le miei emozioni.
Paride risponde
Io che già nacqui con fattezze
di singolar beltà, fui vittima,
per lo strano volere degli dei,
di essere centro di avversità
e oscuri poteri del destino,
che or vano è il mio tentare di combattere
il fato ostile, che tentando più volte
d’ingannare il mio futuro,
ho proceduto come se io non fossi sua preda
e tu ne sei stata oggetto di tal conferma,
per cui, ora lo detesto, poiché sento che
opprime di più la mia virtù.
Sotto l’impeto ostile dell’Olimpo, ripudiato
pur son stato da Priamo, mio padre e scelto
ancora, fra i diversi consigli degli dei, di
iniziare questa intrepida avventura, piena
di ostacoli, per seguire il lor volere, contro
il volontario mio scopo della vita.
Non mi son mai assuefatto a questo
negativo evento ed ho cercato
sempre uno spiraglio per scoprire
l’indole del momento di fortuna
per illudermi d’essere fuori dal
controllo negativo. Così quando i numi
mi guidarono verso te, ti vidi come l’agognato
desiderio d’aver trovato la donna dei miei sogni
e che s’addice alla quiete mio sperare.
Elissa sei stata la linfa del mio sangue
che ha trovato facoltà di scorrere felice
e dei miei pensieri che s’erano acquietati
nel dolce tuo sospiro, il quale m’animava
anche il cuore, mentre decantavo
il vivere dell’esistenza tra la natura
che blanda mi circondava
con alito divino. Ma or vedo che al mio
concerto d’aver trovato rifugio,
m’è venuto incontro il vento avverso
che mi spinge ancora per dipartirmi
da questo luogo ed andar via
a vagabondare come straniero in altre terre.
Il ricordo tuo rimarrà vivo e la mia
visione sarà fedele nel riportarmi
la tua bellezza per lunghi giorni.
Così, il principe figliol di Ilo,
lasciando infranto il cuore di Didone,
dolente lacrimava per l’addio.
Elena nella corte di Proteo
Mentre, Elena discuteva con le ancelle,
il bagno faceva giù nelle acque del fiume
poi fuori il baldacchino si distese al sole.
L’eleganza della sua movenza,
attirò l’attenzione di Proteo
che non trascurò la sua presenza.
Ma fermo era nel suo proponimento
di tutelare l’integrità di Elena
e ridarla a Menelao per l’onor di patto.
Proteo non permise che alcuno la vedesse
quando con lei discuteva sotto il drappo,
della sua partenza sebbene non volesse.
Ma un giorno, un principe della zona,
del vicino regno di Giza le si s’avvicinò
e con galante espressione le chiese la parola.
Rampisinito[88] era un giovane aitante,
che elogiando il suo divino aspetto,
si offrì d’essere il suo amante.
Si presentò ad Elena molto affabile,
salutandola come si conviene e lei,
lo ricevette col sorriso e gli fu gentile.
Avendogli dato il benvenuto,
gli fè segno di fermarsi e discutere
su quello che voleva e il perché era venuto.
Il volto del principe brillava come il sole
e a guardarlo, Elena, rimase incantata
da non potere proferir parole.
Proteo, vedendoli non intervenne,
poiché, Ram era il principe
del vicino regno e figlio del Faraone.
Il colloquio tra i due fu ameno
tale che, un impulso attraente fece presa
nel momento ch’egli porse la sua mano.
Il giovane le parlò di mitiche avventure,
e quello d’un progetto di onorare Amon,
per essere aiutato a trovar l’amore.
La invitò a visitare il suo regno
e lei accettò dopo un cenno fattale da Proteo.
Quell’incontro aprì un nuovo sogno.
Affabile accolse il favore del principe
mentre la ospitò nel suo baldacchino e poi,
si diressero verso i campi fertili di spighe.
All’arrivo le illustrò la regia e il vestibolo,
il trono costruito da una pietra strana[89]
caduta una notte dall’immenso cielo.
Stettero tre giorni tra i palazzi
tra le stanze della corte, mentre
ammiravano pareti coperti di arazzi.
Poi nella città di Alessandria andarono
ove Elena fu accolta come una regina.
Onorata fu, con balli e musica del luogo.
Rampsinito s’era invaghito della sua bellezza
ma Elena lo divagò avvisandolo ch’era protetta
da Hera e controllava ogni sua movenza.
Gli disse che se fosse stata da lui desiderata
altri ne furono afflitti per aver tentato di averla,
che in poco tempo la loro la vita divenne disperata.
Ram, invitò Elena nel cocchio,
lei accettò volentieri e si pose accanto a lui
per compiacere il principe d’Egitto.
Alla regia, di Tebe si diressero,
stretti si reggevano nella biga,
mentre i cavalli seguivano il sentiero.
In un’oasi decisero di fermarsi.
All’invito d’un bagno, Elena, non si rifiutò,
or che insieme, decisero di bagnarsi.
Poi, si misero a scrutare il cielo,
mentre il sole li scaldava sotto un albero
di palma, avvinti come amanti senza velo.
Il riprendere del loro viaggio, non tardò,
e per entrare in segreto in città,
Ram ad Elena, gli occhi le bendò.
Postosi all’esterno delle mura,
dalla parte alta della regia, appena
toccò un costone, apparve una apertura.
Controllato il muoversi d’ogni evento
Rampisinito, le tolse la benda e lei si trovò
a torno, così tant’oro, che le fè spavento.
Con una collana di rubini
le adornò il suo statuato collo,
mentre le toglieva i suoi monili.
Ad Elena piacque quel favoloso mondo
che desiderava ma non poteva
seguir quel destino fino in fondo.
Passato un giorno, i due amanti s’avvidero
ch’era l’ora ch’Elena tornasse a Menfi
e che il lor rapporto restasse sol sincero.
Tuttavia, al fiume si guardavano con amore,
ma dopo Ram salì sul suo cocchio,
e andò via da Elena con dolore.
ove stanziato era Proteo, colloquiò con lui
di progetti del regno d’allestire.
Parlando di alcune quantità di derrate,
Proteo, gli ricordò di costruir due statue
all’entrata della porta di levante.
Una statua di donna, che figurava l’estate
e l’altra che avrebbe raffigurato l’inverno,
circondate da ninfe che danzavano velate.
Partecipe si fece di costruire un tempio
dedicato a Efesto, foggiatore d’armi
che della dea Hera n’era il figlio.
A Proteo piacque il piano di Rampsinito,
gli promise oro e argento per dare inizio
all’opera che avrebbe ufficializzato il rito.
Le ore del lor parlare non furono poche,
dopo, Proteo si allontanò verso il Faro,
ove spesso s’incontrava con le foche,
Proteo indicava loro la via di ritorno
e come l’oceano s’alzava valicavano lo stretto
mentre dal mediterraneo s’accodavano a turno.
Così, quando le acque si alzavano,
le foche uscivano dalle porte d’Ercole[90]
e ritornavano nel grande nell’oceano.
In corte[91], apparve Elena con le ancelle,
che sembrava d’essere discesa dall’Olimpo
col suo vivido colore della pelle.
Nella movenza sembrò che meditasse,
ancora su quegli attimi d’amor vissuti
se fosse stata realtà o mistica virtude.
Ma ora si trovava insieme a Proteo,
che pur l’amava come un amante,
ma l’età lo faceva essere solo cicisbeo.
Mentre discutevano dell’opera di Efesto,
Elena gli parlò dell’incontro con Ram,
essendo che, nulla poteva essergli nascosto.
Discusse di alcuni intrighi e vicende,
Ram aveva fatto vittima una donna,
ma poi, la rese libera dal suo pretendente.
Proteo, che d’Elena ne conosceva l’indole
le disse: son sicuro che non sarai mai sola,
avrai sempre un amante che ti sarà servile.
Nel frattempo Paride era sul veliero
Nella navicella, Paride, stava al timone,
navigava con la speranza di rivedere Elena,
ma le possibilità diventavano più vane.
Quando, un delfino, mandato dal dio Tritone,[92]
gli tracciò la rotta verso l’Egitto, ov’era Elena,
che chiedeva soccorso alla dea Dione.[93]
Proteo, a suo tempo, respinse suo fratello,
quando fu contrastato d’avere ospitato Elena,
poiché, il dio voleva portarla con se nell’abisso,
dopo che Proteo, con una nube la nascose,
avendola coperta dallo sguardo di Tritone,
la occultò in una concava conchiglia.[94]
che tremarono i coralli e fuggirono i natanti,
meravigliati da quell’insolito lottare.
Poseidone, intervenuto nella lite
richiamò Triton, di non essere egoista
ma di occuparsi solo delle sue derrate.
Triton, umiliato e ancor dolente,
come un delfino scomparve in mare,
tenendo in mano il suo tridente.
Di Paride, si sarebbe presto vendicato,
per farlo girovagare in ogni mare,
facendolo stimare da tutti un dissennato.
Ma Venere gli mandò un delfino
che lo guidò sulla via di ritorno,
lontano dalle arpie che volavano vicino.
Paride, resosi conto che fu aiutato,
alla dea inneggiò lodi di gratitudine,
per averlo senza indugio liberato
Era tempo del ritorno del troiano,
nel luogo ove aveva lasciato Elena, ma
in attesa stava una ninfa a tendergli la mano.[95]
Nel qual tempo, i pensieri gli dettero visione
di un passato che gli tornava spesso al cuore,
dell’antico amor ch’ebbe con la ninfa Enone.[96]
Paride non capì se la decisione di lasciarla
fu una sua scelta o se fosse stato il fato,
per scansarlo dalla richiesta di sposarla.
La ninfa gentile era e premurosa,
faceva che le sue ancelle lo accudivano,
mentre Paride con guardo fisso l’ammirava.
La sua bellezza come se fosse statuata,
attirò il dio messaggero Herms,
che da lui ebbe, Pan, l’ermafrodita.
E per il diniego che non ebbe un maschio
fu da lui diseredata a rimaner nel bosco,
tra il silenzio e l’umido del muschio.
Enone, provando, profondo amor per l’Ecubeo
gli promise che lo avrebbe reso famoso
al cospetto suo, come il cantore Orfeo.
Ma Paride non immune dal fato
che lo trascina in vie di virulente fogge
egli può essere solo da un dio liberato.
Così, Paride si ricordò d’Enone,
che gli fè dimenticar la speranza
d’amare Afrodite ch’era già d’Adone.[97]
Ma Paride, la compiacque per la mela
quando, affascinato dalla sua bellezza,
la preferì sperando ancora di riaverla.
Dopo tre giorni s’avvide d’esser già in Egitto,
di nascosto, approdò in un nascosto luogo,
pensando a quel che Proteo gli aveva detto,[98]
avendo preso un cammello lì nei pressi
mentre deciso era di parlare con Proteo.
Poi, si avvicinò nei pressi della regia
sperando di vedere Elena e da lontano la vide
che si dirigeva con la corte, nella loggia.
Non sapendo come attirare la sua attenzione.
escogitò d’essere un mercante e poi,
aspettò il momento per dar atto all’azione.
Le chiese, in modo così galante,
s’è fosse interessata alla sua mercanzia
senza mostrare d’essere il suo amante.
La sua condotta destò sospetto,
che un’ancella chiamò un gendarme
e gli disse che v’era un intruso nel muretto.
Così s’accorsero dello straniero
e dopo averlo fermato in disparte
con violenza poi, da Proteo lo condussero.
Elena, temendo che per lui era la fine,
cercò d’attutare una difesa
per liberarlo da altre pene.
Il suo aiuto docile e lusinghiero
cambiò il verdetto delle guardie
poiché, l’intervento d’Elena fu sincero.
Proteo ammaliato parlò
Non fu forse il mio verdetto
pronunziato prima che tu, o Paride, partisti
per non far più ritorno in questa terra?
Mi accorgo che m’hai disubbidito e con
caparbia condotta ti sei presentato come
se nulla fosse stato. Ma or che so,
chi ti spinse a far ritorno e ti abbreviò la via,[100]
non voglio decretarti un’ardua condanna,
riconoscendo che da solo non avresti potuto,
in nessun modo, arrivar fra queste mura.
Vedo in ciò, anche la mano di mio fratello
Tritone che, inopinato, s’intromise
Cosi comandò a delfini di mostrarti
la via per l’Egitto e far sì che liberassi
Elena dal mio custodire. Perciò non
indugio, ne causare ostacolo io voglio al
vostro partire da questo luogo, che il viaggio
vi porti in oriente, ove compiuto sarà,
del desiato fato e il vostro volere.
Paride conclude
Io son d’esso e tu mi hai riconosciuto e già
condannato con magnanimo cuor al
non ritorno e riconosco d’essere stato
trasgressore e meritevole di pena, Accetto
il tuo condono come offerta sacrale agli
dei, che per tuo merito posso ancora partire
con Elena, la qual tu stimi oltre modo.
Il tuo cuore, ostile a cedere la desiata donna,
avrebbe non voluto dire parole d’esonero.
Oh! Proteo, se il riconoscere d’essere grato
al cuor d’un uomo significa apprezzare
la sua umana indole, io ho credito di vantarmi
d’esserne uscito incolume per bravura.
Tuttavia, il tuo sentimento ha, invece,
sconfitto la mia indole, smascherando
l’abile mia imitazione di grande eroe.
Il tuo ricordo non cesserà d’alimentarmi
nei giorni futuri, quando sarò in Troia
a decantare il tuo profondo sentimento
e la tua equità nel giudicar l’altrui.
Paride e Elena lasciano l’Egitto
Ed il giorno dopo, Paride salpò
dalla terra d’Egitto con Elena,
e tutto il tesor di Menelao, si portò.
Verso oriente si diressero i fuggitivi
ad incontrare il sol nascente
in un mondo favoloso, lontano dagli argivi.[102]
La nave sembrava scalpitar nel mare
descriveva tra le onde e le bonacce,
la storia del loro intrepido furore.
Liberi da vincoli e pregiudizi
navigarono lasciando alle spalle
le colpe con tutti i loro vezzi.
Ma, la notizia arrivò all’isola di Creta
alla corte di Minosse, figlio d’Europa,
che pensò di servirsi della futura amata.
Di possedere Elena, fu lo scopo della sua vita.
accoglierla e disfarsi di Paride e poi
goder l’amore della desiderata.
Ma Paride non sapeva come allontanarsi
sebbene fosse protetto dalla dea Afrodite
e con Poseidone, non voleva scontrarsi.
I fatti e gli scontri gli furono illimitati,
quando combatté con i figli d’Iside
che tentarono d’invaderlo ma furono cacciati.
Appena Paride ed Elena furono approdati
furono accolti dalla corte con applausi
e Minosse li ospitò come dei regnanti.
Tutto fu disposto per onorare gli ospiti,
mentre Minosse ammirava Elena,
elogiandola nel corso dei suoi riti.
Ma la presenza di Paride lo disturbava
essendo che voleva stringersi ad Elena
perché il suo cuor già l’amava.
Così, pensò di liberarsi di Paride,
ma non sapeva se farlo imbarcare
e farlo disperdere tra le onde.
Riflettuto, mandò Paride a visionare,
il tempio profanato d’Afrodite,
presso il Nilo, ove sbocca in mare.
Sapendo che Venere stava a guardare
gli affidò un drappello d’uomini di valore
ed un’anfora da deporre sull’altare.
Prima di salpare, diede a Paride un ago
che gli indicava il nord quando navigava
e un otre di vino per i sacerdoti del luogo.
Arrivati in spiaggia, presso il tempio,
premurosi di eseguire il compito,
deposero l’anfora nel luogo detto trio[103].
V’era una scala vicino ad una lapide
che nel sotterraneo portava a un fiume infetto
che proveniva da sotto la piramide.
Paride, raccolta quell’acqua impura,
pensò al ritorno di darla al Minotauro per far
che la sua fuga da Minosse fosse più sicura.
Egli stesso gliela avrebbe offerta
per fuggire dalle sue sevizie,
e lasciare Creta in tutta fretta.
Paride in Egitto
Poiché ritornato sono in questa terra,
spero ch’io non sia perseguito
dagli dei dell’Olimpo, di cui,
possono farmi danno di una facile caduta
e non abbia io alcun appiglio
d’esser immune dell’avversità,
anche se piccola, m’impegna
in situazioni avverse portandomi
al collasso e alla disperazione.
Legato or che sono al gioco dell’uno
e dell’altro predatore,[104] che io,
soccomba per amore di Elena.
Quanto è il peso ed il costo che
pagar devo, affinché, l’amore ch’io nutro
possa accedere a quello della mia amata.
O numi! Or che obbligato sono stato
a ritornare in terra d’Egitto,
dalla quale promisi che giammai
avrei messo piede, per il rispetto
ch’ebbi di Proteo, quando mi lasciò libero,
devo, ora, ritornare con inganno
ad eseguire difficile impresa
e cagionar morte al Minotauro.
A te Afrodite volgo il mio penoso
assesto del mio cuore che reclama
aiuto, che tu intervenga a sollevarmi dall’angoscia
e dal peril che m’onda oltre il capo e invade
il mio visone della speranza, che oramai
sembra dileguarsi tra increspi e spine
che trafiggano con repentino
avvento l’esser mio. Desolato da ogni
aspetto negativo, da quando lasciai Troia
per il mio intrepido viaggio, favorevole
per conquistare Elena, d’allora m’è venuta
ogni sorta di sventura. Sollevami o Venere,
da questo peso di travaglio e d’oscuro
presentimento, ch’ogni giorno mi consumano
senza appiglio di rimedio.
Sotto la piramide, un canal scendeva,
di color vermiglio, era collegato al Nilo
e nelle cavernose falde, s’incavava.
Arrivando presso la foce del gran fiume,
sotto negli inferi s’interrava,
contenendo selenio e cenni di bitume.
Molti furono gli effetti e la reazione
su chi volle provar lo strano effetto
d’ungersi col corpo in immersione.
Intossicati cadevano tramortiti,
mentre cercavano di uscire, ma
restavano come se fossero impietriti.
Paride, si diresse verso un ghetto
per trovare il sacerdote, deporre l’anfora
e presentare agli dei il suo progetto.
Ma il suo pensiero correva ad Elena
e la paura di perderla l’opprimeva,
tal che, la sua vita non era più serena.
La mattina del terzo giorno
si trovarono alla foce del fiume Nilo
e di lì, Paride e i suoi si spostarono.
Poi s’avviò nella zona, di Canopico
ov’era il tempio dedicato ad Heracle
e lì in un bituminoso luogo, v’era un buco.
Sotto venti cubiti, si vedeva il fiume
che proveniva dalla grand piramide e si
riversava nel baratro con opache schiume.
Al Nilo prima della foce s’accostava,
ma senza inquinarlo, poi si sperdeva
nei meandri ove la terra lo accoglieva.
Paride, preso consenso dal sacerdote
con un otre ed una torcia
scese nel luogo, ove il grido non si ode.
Degli inferi, sembrò essere l’intorno
e pauroso il cuor veloce gli batteva
mentre percorreva l’orrido cammino.
Ad un tratto uno tonfo scroscio s’avvertiva,
e quando fu arrivato alle acque oscure,
riempì subito l’otre e s’allontanò dalla riva.
Così intraprese l’ispida salita
ma a poco a poco la torcia scemò
e la via di ritorno divenne più contorta.
Paride, allora, ebbe un pauroso sospetto,
che da quel luogo tenebroso,
non ne sarebbe facilmente uscito.
Ma una nebula con poca luce,
dal luogo dei morti risalì, che con paura
e tremolio, fermar lo fece.
L’appropinquarsi d’una ombra
scemante ed apparente, salì dall’Ades,
e poi, muta s’arrestò poco al di sopra.
Dopo, così aprì bocca la figura
che cominciò a parlare con voce lenta
che sembrò di star fuori dalla natura.
Lo spirito
Paride, figlio di Ecuba e uomo di sventura,
il fato scagliato dagli dei e colpirà Troia,
quando il nemico offeso per la tua audacia
d’aver sottratto Elena a Menelao,
solcherà la porta della tua città
e con inganno oltrepasserà le mura.
Offrendoti l’emblema d’un idolo di pace
insidioso egli si nasconde nelle viscere
lugubre dello stesso totem.
Sono Hilas,[105] messo della ninfa Enone,
che in amor con Naide nel fiume Izimir,
m’invaghii di lei e lì trovai la morte.
La ninfa era di cuor gentile
e di portentoso amore, tal che, ignaro
fui trascinato in un sentiero vile
che il mio cuor s’affondò al tepore
delle lusinghe delle di lei parole
che non s’avvide del suo torpore.
Hilas, come in un silenzio arcano
s’addentrò rapidamente nella fosca luce
che era un preludio d’albeggiar lontano.
Naide, lo cosparse d’unguento misterioso
che lo mutò in roccia per custodir un anello
che chi lo indossava lo rendeva luminoso.
Hilas apparso
Hilas, apparso con forma umana, così continuò:
sappi o Paride, che i giorni son nefasti avanti a te,
gli dei si son volti a favor degli achei contro
il diniego dei Troiani, che celebrarono il giorno
dedicato ad Hera senza interpellar l’oracolo
e scortesi rifiutarono il consiglio di Cassandra,
quando predisse l’acheo inganno,
ed in risposta le lanciarono fiaccole
di fuoco per scongiurare l’infausto responso.
Così, il cruccio d’Hera non è ancora
cessato e non dà segni di perdono.
Ascolta le mie parole che suggeriscono
il tuo avvenire e offrono caso di cambiare
le sorti della tua gente che mirano
a godere il favor del dio Apollo.
Quanto più è la tua speme di vedere
la bella Elena insieme a te in Troia,
tanto è più morte procella nella tua gente.
Non ci sarà perdono ne scampo
per il tuo popolo e tuo padre umiliato,
chiederà perdono a chi gli ha seminato lutto.
Paride, sconvolto da quel parlare,
fu preso d’un tremore e da un palpito
che non seppe più cos’altro dire.
Stette, alquanto, abbandonato sulla riva,
guardando triste il mare, mentre
lentamente, il cuor suo s’indeboliva.
Percepì il fato che lo aveva abbandonato,
e la forza rimasta non lo rassicurava
all’audace compito che gli fu dato.
La voglia di rivedere Elena d’Acheo,
lo portò a salpar da quella terra ostile,
lasciandosi dietro il rancor ch’ebbe con Proteo.
Egli riempì l’otre d’acqua avvelenata
e presto s’imbarcò nella navicella,
alla foce del gran fiume, ov’era, ormeggiata.
Tirata l’ancora, salpò dalla riva Egizia
puntando verso l’isola dì Creata
per consegnare l’acqua che sevizia.
Nella corte di Minosse
La notte era quasi sopraggiunta
quando Minosse s’allietava
tra i danzatori, insieme alla sua amata.
Tutti furono sedotti da Elena che danzava
col vessillo della sua terra
che tra le sue mani sventolava.
Minosse decise d’averla in sposa
nel giorno del solstizio d’estate
e farla regina della sua casa.
Ma al largo il vascello di Paride appariva,
e si dirigeva per approdare a sud di Paphos,
con la brama di portar via la sua diva.
Quando fu vicino, Elena lo scorse
e presto a Minosse volse il dire
per annunciar la sua partita.
Elena parla a Minosse:
Oh re Minosse, figlio di Zeus e d’Europa
che di padre mi sei ancor fratello e che
dopo la morte d’Asterio re di Creta,
godesti gli onori del trono, di cui, or ne sei re.
Con le tue leggi giuste programmate
col favor di Zeus onore ricevi dai cretesi
ed ancor alto consenso degli dei.
Ti chiedo, così, di desistere dal tuo desir
d’avermi come sposa, ora che il mio
Paride si approssima alla tua fiorente
isola per portarmi via ove il destino
ci inoltra ad altro fine. Sii clemente e non far
che si ripeti la sventura che Poseidone
ti diede. Io son legata a Paride
per voler di Venere e dal profondo amor
che ho per lui. Altri son gli scopi
nel tuo futuro, di giudicar uomini
mortali, quando attraverseranno l’ora dell’oblio.
Ma tu, che sei saggio e gran navigatore,
che hai debellato pirati e infimi ladroni
dal mare Egeo, liberando per sempre l’isola di Creta,
dalla rapina e dal saccheggio. Or ti chiedo di
voler lasciar ch’io vada verso il luogo
da dove son venuta per concludere il mio
funesto viaggio d’avventura se, pur colmo
d’amori e di piaceri, che pur consumano
il mio splendore. Su di te sia il favore degli dei
e il consenso del tuo popolo, che crede in te come
il più saggio dei re antenati. Io ti ricorderò
come re equo e di rara virtù che pochi uomini
posseggono, se ancor guidati dagli dei.
Tuoi saluti porterò a mio padre Tindaro,
figlio di Ebalo e di Betea, che regna
con saggezza in Sparta.
Minosse parla a Elena:
Elena, figlia di Leda e di Zeus, che sorella
pur mi sei e se invaghir mi fui della tua bellezza,
mai inganno alcuno è stato in me.
Il mio cuore mi sospinse alquanto
di azzardare pretesa in te che infondesti
idilliaco amore al mio essere
e che ancora non capisco la realtà
che mi si avviene, pronta a svegliarmi
da questo meraviglioso sonno, quasi
a farmi viaggiare tra le vie immortali.
Così sono ora attonito del tuo dire
e il mio sguardo ancora è verso te
che ti ammira e non vuol lasciare
questa favolosa unione d’esistenza
con te accanto. Elena, giusto è tuo parlare
e certo esso è guidato dagli dei
ed io che sono a loro ubbidiente,
devo assecondare il tuo volere.
Vai con il tuo compagno d’avventura
verso il concretare dei tempi
e di un avvenevole guadagno del destino,
che ti immortalerà donna di divina
bellezza e di singolar virtù.
Paride approdato all’isola di Creta
con i pani donati dal sacerdote
e con l’otre d’acqua avvelenata,
avendo ascoltato il discorso di Minosse
che avrebbe lasciava Elena al suo destino,
buttò l’otre in mare e si commosse.
Paride ringrazia Minosse
Oh grande e saggio re, figlio di Zeus
e di Europa, che hai signoreggiato
nel mare Egeo tra le isole Cicladi
e hai scacciato i Cari e i Fenici.
La tua figura rispecchia la civiltà minoica
e per questo ti rendo grazie e rispetto
per la tua decisione che al cuor m’inonda
con emozione e mi rinnova il senso
di riconoscenza per avere usato
benignità verso di Elena e me medesimo.
La decisione del tuo atto sarà ricordata
tra la mia gente, che esalterà la tua generosità
che si è espressa verso lo straniero
che potevi limitare. Certo il suo contegno,
di sperare di congiungerti con Elena
e approfittarti del suo tesoro,
non l’hai fatto poiché, l’indole
di umana virtù che hai nel tuo cuore
ha superato la ragion d’essere
e hai preferito restituire onore all’altrui,
desio che ancor ti riconosce generoso.
Vogliano gli dei esserti favorevole dandoti
speme di desio e lunga vita guidando
con saggezza il tuo popolo con virtude
che hai fatto scadere in loro
e per questo ti glorificano.
Consapevole del generoso atto che tu hai
disposto per noi avventurieri, gratitudine
ti offro e indelebile amicizia rimanendo
sempre riconoscente al tuo generoso cuore.
Elena ringrazia Minosse
Oh divino re Minosse, che generosamente
m’hai ospitato dandomi reale alloggio,
tal che, la tua affabile persona,
più che ammirazione mi produsse amore,
per cui, il mio cuore tentato mi spinse
che si invaghi di te e pensai
di rimanerti accanto, essendo che il tuo
furente desio mi conquistò alquanto.
Il mio pensiero non s’acquieta alla costanza
del persistere delle cose, poiché irrequieto
è il mio cuore e riconosce Paride come mio
compagno d’avventura e di propizio amore.
Come tu sei figlio di Zeus così lo sono
anch’io, e il perdurare di questo divin
rapporto, mi crea sentimento
verso di te, più che amore.
Ti ringrazio come hai accolto l’evolversi
del destino e per la tua riflessione
che ha manifestato responsabilità
di semidio, così faccio conferma
della tua origine con la mia, d’aver con te
lo stesso padre Zeus. Ricorderò a lungo
i giorni passati con te e le ore, nelle quali
mi adulavi con tutto il tuo cuore, mentre
mi compiacevo del tuo fervido desire.
Con Paride andrò a Troia tra la sua gente
e il re Priamo e la sua famiglia e che gli
dei mi assecondino a completare
il mio destino.
Partenza di Paride e Elena per Troia
Tutte le provviste furono poste a bordo,
dopo salirono i due amanti, mentre la ciurma,
era pronta a prendere il largo.
In quel momento al porto arrivò, Proteo,
che seppe di Paride da un suo servo
che ne tempio d’Afrodite lo aveva scorto.
Proteo parla a Minosse di Paride
Minosse, figlio di Zeus e Europa,
ascolta quanto sto per dirti, prima di lasciar
Paride partire. Sappi, oltre a ciò che
già conosci, che costui, amico di Menelao,
ha approfittato della sua fiducia e non contento
il suo tesoro ha eluso furtivamente
la consorte, la qui presente Elena.
Dopo averli accolto nel mio regno
d’Egitto, trattenni Elena divenendo
suo protettore e mandai lui in esilio.
Egli dopo esser stato dai Maclei e dai Barberi,
ritornò per prendersi Elena, che decisa,
volle andar con lui. Il suo condono
fu per la promessa che non sarebbe
più tornato in terra d’Egitto ma, ora,
con il suo ritorno ha trasgredito
al patto e mi obbliga di dar ragione
a Menelao che tanto cuore ha posto
per riacquistare la sua consorte
e il seguito del suo tesoro. Paride, ha
così perso la stima per non avere osservato
alla propria parola. Per questo faccio
appello alla dea Hera che mi conceda
di togliergli Eleana e riportarla al suo marito,
che ancor pieno di furore è partito
a muovere guerra a Troia, pensando
di riprendersi la sua Elena.
Paride a te consiglio di lasciare Elena a me,
poiché, dura sarà la guerra proposta
condotta da Menelao. L’offesa
che hai arrecato è grande e grande sarà
il dolore che subiranno i Troiani,
se non informi in tempo gli Achei
e ti offri, come ricompensa
al torto che hai fatto.
Paride addolorato lascia Elena
Sempre ho saputo del mio amaro
destino, poiché, io nacqui involuto
contrastato dal presagio di Cassandra,
mia sorella, che si dibatté per farmi
sopprimere ma, che poi, per pietà
di un pastore mi concedette il vivere.
Ancora strumento della perfidia della
dea Eris, fui, quando Tedi si unì
in matrimonio con Peleo,
fui chiamato a scegliere
tra la più bella delle dee. Così, da allora,
incominciò il mio destino a cambiare
tra una avventura e una sventura.
Non fu mio il desiderio di recare
offesa a Menelao ma la dea mi spinse
ad avvicinarmi ad Elena che,
infatuatesi di me, mi coinvolse a mettere
in atto l’aberrante piano che mi portò
a seguire il suo intento, quello di fuggire
via insieme a lei dal suo consorte,
avendomi detto che non nutriva amor
verso di lui. D’accordo or son con
la decisone di Proteo che, come uomo
giusto, vuole eseguire e portare a termine
il suo dovere di tutore, consegnando
Elena al consorte e chiarire quanto
sia successo. Il mio amore verso
di lei è stato messo, più volte a repentaglio
e non mi pento di avermi invaghito
di lei fino a oggi. Comprendo,
ora, di lasciarla e porre a suo posto
ciò che le appartiene e il suo destino
che non è di mio possesso.
Lascio, così, Elena nelle tue mani,
che tu possa riportarla a Menelao
e spiegare i fatti che si sono succeduti
e il mio coinvolgimento, per destin voluto.
Elena colta di sorpresa dell’arrivo di Proteo,
sì distaccò da Paride dolcemente
senza accusarlo d’essere stato un reo.
Si accostò a Proteo come se fosse indifesa
cercando conforto, mentre con il volto chino,
riconosceva la sua offesa.
Non sapendo cosa dire a Menelao,
Elena chiese al semidio di accompagnarla
a Sparta e difenderla davanti suo marito.
Ritorno di Elena e Menelao a Sparta
Nel frattempo, salpato da Troia, Menelao
si diresse con la sua flotta verso Sparta, ma
avverso gli fu il mare nel suo ritorno.
Essendo che, la dea Athena
scatenò una tempesta contro Menelao
lo rese incapace di raggiungere la rena.
Perse, così, gran parte della sua flotta,
solo cinque vasselli furono salvati,
spinti alla deriva fino all’isola di Creta.
Minosse, informato dell’approdo
volle incontrare Menelao per rivendicare
l’assassinio di suo figlio Androgeo.
Ma lo spartano re specificò
che egli non aderì a quel delitto,
poiché, allora, dagli achei si discostò.
Minosse dalle sue parole non fu convinto
e con la scusa di ospitarlo, lo trattenne
come se fosse un inviato.
Con i suoi fu trattenuto per quattro anni
ove, nel frattempo, Menelao ricostruì
la flotta per ripartire senza danni.
Minosse gli chiese nuove della guerra
che portò gli achei contro Ilio e del totem
di cavallo che portò loro la sventura.
Menelao racconta
Una guerra che logorò greci e troiani,
cominciò il dire, Menelao, per l’infausto
incontro di un tentativo di pace tra
i due popoli, ove, nell’occasione, Paride
figlio di Priamo, ambasciatore
nella mia terra, vedendo mia moglie Elena,
si innamorò follemente che coinvolse
il sentimento adultero di Elena.
Un rapimento avvenne repentino
quasi da non credere l’evento che mi
sconvolse il cuore fortemente
e mi distrusse lo scopo della vita.
L’adulterio culminò nell’atto infame
di essere stato derubato dal mio tesoro,
che solo lei sapeva dove trovarlo.
Notte tempo fuggirono, mentre ero
addormentato per aver bevuto
intrighi e bevande oscure che fino
al giorno dopo dormivo
profondamente come non mai ho fatto.
Allo svegliarmi mi accorsi del tradimento
del troiano e della mia infedele moglie.
Tutto mi suscitando tanto ardore e vendetta
e promisi a me stesso di muovere guerra
ai troiani. Con una grande flotta, così, ci
imbarcammo alla volta di Troia
e dopo un lungo assedio riuscimmo
ad espugnare la città grazie a un inganno
ideato da Ulisse. Tuttavia, non trovammo
Elena né Paride. Così dopo avere messo
a ferro e fuoco la città, decisi di ritornare a casa.
Ora, son qui, contrastato dal furore di Athena
che mi ostacola di arrivare a casa mia
senza Elena e con la perdita di molti
valorosi miei guerrieri.
Minosse rivela di aver ospitato Elena
Elena e Paride fuggiti dall’Egitto,
hanno albergato nella mia regia per
qualche tempo per prepararsi a ritornare a Troia.
Fu mia impressione che la coppia fosse fuggitiva
da te, vero consorte e re di Sparta.
Scorgendo l’indole adultera di tua moglie
fui invaghito dalla bellezza sua che,
con protesto compito di recuperare
un otre nella terra d’Egitto, mandai
Paride in quella terra per avvicinarmi a lei.
Ma mi arrestai di andare oltre avendo saputo
che tutto era opera degli dei e che Athena
ne aveva il controllo dell’avventura
dei due fuggitivi. Menelao, gli chiese dove
fosse Elena volendola riportarla in patria
e ricominciare una nuova vita senza pena.
Minosse lo informò che prima di partire,
gli amanti furono fermati da Proteo,
che si accodarono al suo voler, senza il dire.
Allora, Menelao e i suoi compagni si
impadronirono di lui, lo tennero ben saldo
e lo costrinsero a profetizzare. Proteo annunciò
che Agamennone era stato ucciso
e che Menelao doveva recarsi un'ultima
volta in Egitto e propiziarsi gli dèi.
Menelao obbedì agli ordini di Proteo
e non appena ebbe innalzato un cenotafio
ad Agamennone, i venti spirarono
finalmente favorevoli. Egli giunse a Sparta,
accompagnato da Elena, il giorno stesso,
in cui, Oreste vendicava la morte
di Agamennone.
Fine
[4] mela: Iris, dea della discordia, per invidia di non essere stata invitata, buttò la mela alle tre dee, Era, Afrodite, Atena ove era scritto “Alla più bella”.
[9] desolato: Menelao, l’Atride, nel mare vide di riflesso le immagini del suo futuro funesto e fu confuso
[10] loco: il luogo dove era il tempio di Afrodite, e che gli Egizi protestarono di usurpazione e di sacrilegio, contro i Greci.
[11] Fero: è l’altro nome di Proteo per i greci, Fero per gli Egizi
[12] re: Faro, nella foce del Nilo vi era il Faro che era la corte di Proteo
[15] caro: Tindaro re di Sparta e padre di Elena
[18] ninfa: Elena figlia della ninfa Teti aveva le sembianze e la bellezza di una ninfa
[22] Lusinga: Elena
[24]vortice: Tritone, soffiando, con la sua conchiglia, fece avvenire un forte vento
[25] giudizio: Tritone sapeva che non poteva trattenerli a lungo per non contrastare Zeus, che voleva che Paride ed Elena, arrivassero sani a Troia.
[26] futuro: che Proteo le aveva predetto.
[29] Efisio: il capo dei pirati naufraghi
[31] Cormorano: cormorani e marangoni uccelli acquatici appartenenti alla famiglia dei falacrocoracidi che vivono quasi su tutti i mari.
[32] sileno: figura della mitologia greca, divinità minore dei boschi di natura selvaggia e lasciva, raffigurato come un uomo, ma con orecchie, coda
[34] Ida: il monte Ida (2456 m), secondo una profezia, Paride avrebbe provocato un giorno la rovina di Troia, Priamo lo espose sul monte Ida, dove fu trovato e allevato da alcuni pastori.
[35] dee: Paride amò la ninfa Enone e simpatizzato da Afrodite
[36] amante: Paride
[37] dea: Afrodite protettrice di Paride e Zeus di Elena
[38] l’acceso fio: la collera di Tritone
[39] la favorita: Elena
[40] misfortuna: contro Menelao
[41] luoghi riparati: presso il santuario di Afrodite
[42] Nesso: famoso pittore greco 625 a.C.
[43] Afrodite la Straniera: per Erodono il tempio era assimilato ad Elena
[45] foce di Canopo vicina al lago Mareotide, luogo che era chiamato prima Racote.
[47] delirante: si sarebbero portati il tesoro di Menelao
[48]Agron: re, progenie di Argon vissuto (250-230 a.C.) degli I lirici in lotta contro i pirati fenici.
[49] sorte: del giudizio che avrebbe dato loro il re Proteo.
[50] Menfi: La città ove il dio re Proteo aveva il palazzo e la corte
[51] Foro e Ceto: le figlie mostruose del dio marino Forco e della sua sposa e sorella Ceto, che per l’incesto le loro figlie furono trasformate in Arpie
[53] popolo: I Berberi antiche tribù dal 1300 a.C. stazionatesi nella Libia e nella Tunisia
[54] Cartagine: Alla fine di giugno 1999 l'oceanografo Robert Ballard e l'archeologo Lawrence Stager hanno annunciato la scoperta, di due navi fenicie risalenti probabilmente al 500 a.C. Situate rispettivamente a 305 e 915 m di profondità, parzialmente coperte dal fango, sono probabilmente i resti del naufragio più antico di cui si abbiano testimonianze. Le navi - a bordo delle quali sono stati trovati utensili e anfore destinate al trasporto di vino - erano probabilmente in viaggio verso l'Egitto o
[57] abitator: Proteo figlio di Poesidone dio del mare, oltre ad andare in fondo dell’oceano, spesso andava nell’olimpo per presentare il rapporto a Zeus sui movimenti marini per il controllo della fauna.
[58] guadagno: Elena vorrebbe essere moglie fedele ma non riesce a fermare i suoi istinti
[59] i suoi: i Maclei era una tribù che insieme agli Ausi erano stanziati ai lati del fiume Triton e vicino la foce v’era l’isola di Phla.
[60] Triton: era il dio del tempio sito nell’isola di Phla e che egli pretese il tripode per metterlo nel santuario, ed in cambio gli rivelo a Jasone la via per uscire dalla laguna e nel frattempo gli disse la profezia della colonizzazione dei Lacedemoni.
[61] Mirmidoni: si pensa che i Troiani provenissero dalla tribù dei Mirmidoni di cui fu contrapposta a quella dei Heracli, quando Gyge si impadronì del trono di Mordacheo re di Sardi con l’aiuto della moglie regina.
[62] le donne son di tutti: non esisteva il matrimonio e le donne erano di tutti. Quando nasceva un bambino, solo all’età giovanile gli anziani si riunivano e secondo a chi somigliava gli attribuivano la paternità.
[63] vecchio saggio: Ploseo
[64] conia: una allegorica e superficiale legge come quella che vi era in Troia
[65] Tritone: era il dio del fiume Triton (si trovava tra la Libia e la Tunisia) e li vi era il tempio dedicato a lui, e lì si trovava anche il tripode di bronzo che aveva lasciato Jasone quando uscì dalla laguna.
[71] pensar: pur sapendo che Paride amava Elena si era Lidia proposta di fargli dimenticare il passato.
[80]intruso: Paride, non sapendo come Didone avrebbe interpretato la sua presenza dice di essere un intruso, per non irritare oltre la regina
[91] In corte: nella corte di Proteo
[93] Dione: Amante di Zeus, Omero racconta che Zeus l'aveva sposata e da lei aveva avuto una figlia, Afrodite; questa leggenda è stata accolta anche dal poeta Virgilio, che nomina la dea con l'epiteto di "Dionea”.
[97] Adone doveva vivere un terzo dell’anno con Persefone, un terzo con Afrodite e un terzo da solo. Adone preferisce trascorrere con Afrodite.
[100] Afrodite
[102] Argivi: Greci
[103] Venere era associata al rame (metallo di cui è ricca Cipro, isola natale di Afrodite) e veniva raffigurata a volte come un triangolo piatto, a volte con il numero cinque, e altre con il colore blu, e veniva identificata infine con il giorno Venerdì.
[104] predatore: Proteo e Minosse
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