Elena Rapita (di Giuseppe Drago) giudrago

 

GIUSEPPE DRAGO

 

 



 

ELENA RAPITA

                                                                                    

 

 

 

 

 

 

                                                               D&G

                                                               2026

 


 

 

“Il mio contributo?

Un granello di sabbia

che riflette il sole.”

 

                                       Giuseppe Drago

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo Poema segue

le tracce delle “Histoire” di Erodoto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice generale                                   

1        Canto 1. 6

Proteo predice a Elena. 10

Elena ritorna da Tindaro. 12

Menelao amico di Paride. 13

Menelao si sveglia. 15

Elena e Paride nel mar Egeo. 18

Tritone ama Elena. 22

Elena inneggia Zeus. 27

In mezzo al mare. 29

Elena nella corte di Proteo. 34

Paride risponde a Thoni 35

Proteo sentenzia Paride. 37

Canto 4. 38

Paride lascia l’Egitto. 38

Didone parla in corte del suo passato. 42

In Tunisia. 42

Canto5. 43

Elena nella corte di Proteo. 44

Hermes predice a Elena su Menelao. 45

Proteo ricorda il passato con Elena. 46

Elena risponde al passato di Proteo. 47

Paride nell’isola dei Lotofagi 48

Paride racconta ai Maclei 49

Paride parla ai Maclei 51

Ploseo, l’anziano re dei Maclei 51

La cerimonia all’ospite Paride. 54

Paride interviene nel rito dei Maclei 55

Paride insegna i Maceli 57

Paride racconta la sua storia. 60

Al suo dir Lipuria, risponde. 61

Paride, commosso dall’ospitalità. 62

Lipuria e le sue ultime parole. 64

Paride verso la terra dei Berberi 67

Paride si presenta a Didone. 70

Didone risponde a Paride. 71

Iarba, parla a Didone. 75

Paride risponde a Iarba. 76

Duello tra Iarba e Paride. 78

Didone così parlò.. 81

Paride risponde. 83

Elena nella corte di Proteo. 84

Nel frattempo Paride era sul veliero. 90

Proteo ammaliato parlò. 94

Paride conclude. 95

Paride e Elena lasciano l’Egitto. 96

Paride in Egitto. 99

Lo spirito. 102

Hilas apparso. 104

Nella corte di Minosse. 105

Elena parla a Minosse: 106

Minosse parla a Elena: 107

Paride ringrazia Minosse. 108

Elena ringrazia Minosse. 109

Partenza di Paride e Elena per Troia. 110

Proteo parla a Minosse di Paride. 111

Paride addolorato lascia Elena. 112

Ritorno di Elena e Menelao a Sparta. 114

Menelao racconta. 115

Minosse rivela di aver ospitato Elena. 116

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

            La storiografia greca nel trasmetterci fatti e accadimenti della vita degli individui e delle società del passato ingloba nel suo interno il fenomeno leggendario letterario, caratteristico della seconda metà del VI secolo a.C. Da esso, emergono, con sufficiente chiarezza, vicende incorniciate di poesia epica ricca di eventi, dipinti in un quadro di costumi greci. I racconti e le genealogie, riguardanti gli eroi del passato mitico esistevano nelle tradizioni orali e si espressero prima nella composizione epica e poi in composizione storico-letteraria. Lo scrittore, attratto dai fatti narrati nel capitolo II n.118 dell’opera di “Erodoto” ha pensato di estrarre un’opera tipo omerica con fatti accaduti nel periodo classico, prima della partenza di Menelao con tutto il suo esercito, alla volta di Troia per riprendersi Elena rapita da Paride (detto anche Alessandro). Nel capitolo delle “Historie di Herodotus” i fatti vengono narrati a tratti, ora in forma particolareggiata, ora mancanti di una connessione cronologica, per cui è stato necessario colmare quegli spazi con la fantasia dello scrittore. La prima stesura dell’opera è stata di contenuto frammentario, ma via via, raccogliendo le evidenze e i fatti in forma cronologica, ha preso forma la sua opera. Alcuni nomi e circostanze sono stati interposti per dare un senso alla continuità dei fatti secondo la fantasia dell’autore, mantenendo l’epica con il carattere classico di quel tempo.

 

   

ELENA RAPITA

 

            Secondo il mito, le origini della guerra di Troia nacquero per la disputa sorta, del cosiddetto "pomo della discordia"; una mela d'oro con la scritta "Alla più bella" che fu lanciata da Eris, dea della discordia, fra i convitati al matrimonio del re dei mirmidoni, Peleo, con la ninfa Teti. Le tre dee Era, Atena e Afrodite affidarono nella valle dell'Ida a Paride, figlio del re di Troia, il compito di offrire il frutto alla più bella delle tre dee. Paride, per accattivarsi il favore di Afrodite ed anche perché era veramente bella, decise di consegnarla a lei, assicurandosi il favore per il tentativo, già da tempo progettato, di rapire la bella Elena, moglie di Menelao, re di Sparta.

 

 

ELENA RAPITA

 

Canto 1

 

Nell’Olimpo

 

Ed ancor di tregua, Hera, parlar non volle,

mentre Zeus al sovvenir di Io[1],

vampar non poco gli facea la pelle.

 

A divagar dai dubbi ch’eran sorti,

a Teti, Zeus volse arbitrio,[2]

approssimando i giorni dei suoi voti. 

 

Decise, che la ninfa si unisse con Peleo, 

mentre il dio dell’altrui amar[3]

s’avrebbe consolato per la perduta Io.

 

Tre dee, invitate furono alle nozze,

nel qual tempo, alcune nereidi a circo

davan lode a Teti di Peleo, nelle piazze.  

 

 

 

Eris, dea della discordia, folle d’ira,  

fè tumulto lanciando una mela,[4]

rivolta per la dea di bellezza rara.

 

Se per la più bella il dono fu offerto,

Paride, nella scelta, favorì Afrodite,[5]

per rapir Elena senza alcun sospetto.

 

Menelao l’amava più della sua vita,

e sostava a lungo e l’ammirava,

senza mai perderla di vista.

 

Alla movenza dei suoi passi

ognuno, attonito restava,

da non poter porre gli occhi bassi.

 

Elena era bella, come la spuma del mare,

come il fiore più bello che sta a sbocciare

come l’uomo solo può sognare.

 

Ma in lei, la vanità bussò nel cuore,

poiché, il suo fascinoso aspetto esigeva

rievocare i suoi giorni di furore[6].

 

 

 

Dal ricordo di Teseo non cedea la data,[7]        

e, del falso detto a Castore e Polluce,

si sentiva ferita d’esser stata liberata.

 

Hermes le apparve, messaggero degli dei 

recandole la nova di fuggir con Paride,

con l’uomo d’oriente, d’origine reali.

 

Elena, invasa da un amore folle

accelerò il tempo della sua avventura,

mentre l’erano favorevole le stelle.

 

Menelao, appena la incontrò in giardino,

lei cedette alle di lui lusinghe,

mentre si esponeva ad Hermes il divino.[8]

 

Hermes vigile per essere sincero,

a quello che a Zeus riportar doveva,

verificava che tutto fosse veritiero.

 

Menelao, Menelao! Lei diceva con ardore,

mentre col pensiero, perpetrava di fuggire

con il principe di Troia, il seduttore.

 

 

Poiché, l’infatuato non pensava al regno,

gli Spartani, eran preoccupati  

per suo atteggiar senza impegno.

 

Menelao, conoscendo il suo destino,

non lasciava Elena andar lontano,

poiché, se la perdeva il soffrir l’era vicino.

 

Un dì, egli incontrò Proteo

mentre in Egitto il dio parlava

con le foche nell’acque dell’Egeo.

 

 L’Atride s’era a lui avvicinato,

e mentre gli domandava del suo futuro,

seppe che gli sarebbe stato desolato.[9]

 

Proteo, non voleva fargli profezia,

ma insistette, così tanto che alla fine

Menelao, fu pieno di mestizia.    

 

Poi di Poseidone il figlio, per il duolo

s’immerse nelle acque con le foche,

mentre Menelao, deluso restò solo.  

 

A Menfi, ad ovest del Nilo v’era un tempio.

D’Elena fu stimato d’essere ma era d’Afrodite,

per cui, gli Egizi lo stimarono essere uno scempio.

 

 

 

 

E poiché d’Osiris usurpava il loco,[10]

gli Egizi, pensarono d’abbatterlo

e purificar la zona con il fuoco.

 

Ad Elena, un tempo, piacque frequentare Fero,[11]

Spesso si tuffavano nei meandri corallini,

tra i cavernosi luoghi di mistero.

 

Uscendo, andavano alla corte lì vicino,

ove Proteo disponeva ordini al suo governo,

mentre lei brindava galante col suo vino.

 

Ma Elena sapeva della virtù del dio

e presto volle sapere del suo destino,

dopo avere lusingato il re,[12] detto il pio.

 

 

 

Proteo predice a Elena

 

Proteo così le disse: “In te contrasto regna,

e nei flussi del tuo sangue smania 

il desiderio ch’altri ne pregna.[13]

 

Elena, gli chiese che fosse più chiaro

a spiegarle le vicende del futuro,

e se il suo amore, fosse amaro.

 

Amaro replicò, sarà per colui che cede[14]

all’agreste incontro che gli invadi il cuore,

quando gli contagi la virtude ch’altro non vede.

 

Poiché, nata sei da un guscio, il non capire

l’amor cosa procura, ignaro il tuo cuor

cagiona altrui, le pene del soffrire.

 

Il sentimento che ti muove, muove

l’uomo verso sventura e soccombe

cercando invano di resisterti alle prove.

 

Io son saggio, perché so il futuro,

ma per certo nelle tue brame sarei caduto,

per questo mi sottraggo e di te non mi curo.

 

Tu sei bella quanto più è rovina

e all’uomo che s’avvicina, gli poni

la stringa al cuore c’altro non pena.

 

Non puoi fermare il tuo impeto,

perché esso si ristora nello struggere

l’infatuato cicisbeo che t’ama senza veto.

 

Implora Zeus, non per la tua beltà

ma per l’angoscia che procuri

avvolgendo gli uomini in buia calamità.

 

 

 

 

Ma del suo amore Proteo non fu ignaro,

conobbe Elena che aveva sedici anni,

quando tornò in Sparta dal suo caro.[15]

 

 

 

Elena ritorna da Tindaro

 

Dimenticando tutto quello che le fu detto,

nel mar vagò, verso un piccolo naviglio,

ove v’era preda per l’ingordo suo appetito. 

 

A bordo, Elena salì, con le sue ancelle

per comprare monili di Tartasso ma Igor,

il fenicio, nel vederla gli abbrividì la pelle.

 

Subito, le regalò un anello

ch’ebbe dalla ninfa Egeria,[16] il quale,

sentir faceva l’uomo un giovine pivello. 

 

L’idea di rapir Elena, la considerò stoltizia,

poiché, sapeva della sua progenie,

così non vantò altro che amicizia.   

 

Navigando, adorando la bellezza d’Elena,

si diresse verso le coste della Grecia,

mentre il vento soffiava la spiegata vela.

Dopo due giorni, arrivati in Peloponneso,

nella casa di Tindaro, Elena espresse

a suo padre di volere Proteo come sposo.

 

Ma alla corte v’era già chi l’amava,

pronto a dare tutto il suo cuore, 

contro il destino che lo fronteggiava.

 

Eaco, figlio della ninfa Egina,

più volte tentò di averla in moglie,

ma Elena, preferì d’esser eroina.

 

Da un dio, voleva essere rapita

o da un principe di terrestre regno,

che l’avrebbe divinamente amata.

 

 

Menelao amico di Paride

 

Menelao, era amico di Paride, il troiano.

Furono giorni, quando si conobbero

al mercato d’Argo,[17]e si strinsero la mano. 

 

Fecero scambio di certa stoffa tipica,

lui gli diede seta policroma d’Oriente,

e Menelao un fregio di civiltà Minoica.

  

Così, appena Paride apparve con il suo seguito,

la guardia disse ch’era l’Ecubeo,

ed Elena corse liberandosi da ogni veto.

Or, di Paride furono accolte le sue proposte

di nuove strategie di guerra contro Atene,

che spesso vinceva lungo le spartane coste. 

 

Un drappello scortava l’ospite straniero

mentre tra le schiere, la gente stava

inchinata al suo aspetto altero.

 

Appena, l’invitato fu arrivato in corte,

fu accolto dall’Atride, che elogiò lui

e i troiani, di cui, Paride fè parte.

 

A prima vista s’invaghì del fascino di Elena,

e con scuse cercò accostarsi a lei, 

quando tra i commensali iniziò la cena.

 

Il suo cadenzare fu come quello d’una ninfa,[18]

che lo incantò ancor di più da un suo cenno,

che gli fè il sangue tramutare in linfa.

 

Al forestiero, repentina, la sua mano diede

e dopo affabile si sedette accanto a Menelao,

confermandogli la sua dissoluta fede.

 

Infatuato, l’Eculeo, solo lei mirava,

era pronto a progettar la fuga

tradendo l’amico che ignaro l’ospitava.

 

Cercarono da soli di poter parlare,

ma Menelao andava intorno,

e non ebbero modo di poterlo fare.

 

 

Fu durante la notte ch’Elena lo incontrò,

ed egli approvato il suo piano, 

abile nella stanza del tesoro con lei s’inoltrò.

 

Inebriato del vino, Menelao dormiva,

mentre nel silenzio, s’impossessarono dell’oro. 

Lo misero al sicuro, aspettando l’alba che veniva. 

 

Una biga e due cavalli lei stessa preparò,

con un manto coprì il suo volto

e la fuggitiva,[19] il suo cuor da Menelao separò.

 

Verso il naviglio, per la via antica,

fuggirono i due birbanti,

diventati amanti, in men che si dica.

 

In poco tempo arrivarono alla costa,

ove si prepararono a salpare,

correndo a destra e a manca senza sosta.

 

Paride, celermente spiegò le vele

ed Elena col timone puntò al largo,

lasciando la terra di Sparta e la sua prole.

 

Menelao si sveglia

 

Il giorno dopo, quando Menelao, si svegliò,

la moglie non era più al suo fianco,[20]

né il tesoro che la gagliarda gli rubò.

 

Vendetta! Gridò il re spartano

all’infedele moglie e al suo amante,

e guerra or sarà, contro il traditor troiano.

 

Che infausto giorno nella vita m’è scaduto

e per l’ossequio che ho dato ai numi,

solo tradimento ho ricevuto. 

 

 Già la mia famiglia gravemente fu provata,

da intrighi sanguinosi tra Tieste ed Atreo,[21]

per cui, la loro fratellanza non fu mai sanata.

 

Come spartano e prode armigero, 

per dovere d’onore del mio casato

contro sarò di chi con me non fu sincero.

 

L’ora di patire m’avverte il giorno,

di lottare la fallace speranza  

per riaver colei che non fa ritorno. 

 

Ma non sarò, certo, indegno

a lasciare ch’io sia battuto

da chi offese tutto il mio regno.

 

Mi scorderò l’amicizia che mi lega,

per combattere colui che gravemente

mi ferì, con l’abbraccio che lusinga.[22] 

 

 

 

Se nel pellegrinar morir dovrò,

trascinerò Elena con me negl’inferi

e accanto al suo cuore perfido starò.

 

Il sacerdote Ardimeo,[23]ch’era nel tempio,

informato del tragico misfatto,

chiese giustizia ai numi per lo scempio,

 

sì prostrò al sacrale d’Apollo

in espiazione con una offerta agreste,

per difendere Menelao dal penoso fallo.

 

Diceva: “A Menelao, fu fatta grave ingiuria

e del suo tormento, per certo, gli dei

gli faran favore senza lesinar penuria”. 

 

A quel dire, Apollo a propiziar si mosse

per bocca del profeta e disse:

Menelao riavrà ciò che lo stranier gli tolse.

 

 

 

 

Canto 2

 

Elena e Paride nel mar Egeo

 

In breve, i due dissoluti furon fuori 

e nell’aperto mare puntarono il timone,

con l’amore che disinibiva i loro cuori.

 

 

Sedotti dall’antico sentimento,

or trasfuso da Venere, accettarono

disinvolti, l’intrepido cimento.

 

A vele spiegate Paride solcò il mare,

per dirigersi verso Troia,

con l’unico desiderio di Elena sposare.

 

Ma nel cielo, un nuvolo assai nero

e uno strano vento, lì a poco, li spinse 

in un turbine d’acque di mistero.

 

Un vortice[24]con un gran fragore,

portò la nave fuori rotta,

poi giù, nell’imo di quel mare.

 

Tritone, non volle farli andare   

e li trattenne con inganno sotto lì nel mare,  

offrendo loro ospitalità e bene stare.     

 

Li costrinse ad essere ospiti prigionieri,

nella sua regia d’oro e di corallo,

piena di dovizie e inebrianti piaceri.

 

Li coinvolse ad assistere ai suoi incontri,

ammirare la vita dei sommersi,

allietati da canti di sirene ed altri cori.    

 

Così, l’Anfitrite, occultando il suo scopo,

si innamorava della bella Elena,

offrendole il suo amore a poco a poco.

 La sua pelle, era viscida e resistente,

e nulla poteva opporgli ostacolo 

quando emergea col suo tridente.

 

Credette, per un po', d’essere d’Elena l’amante,

ma lei, non gli diede intesa,

pur se il dio insistette in ogn’istante.

 

Passarono mesi rinchiusi nella reggia,

fuori dal tempo e dagli umani,

con il patto di liberarli, mutatosi in bugia.

 

Ma un giorno, Tritone diede lor giudizio,[25]

dicendo che il sogno era finito

e il loro partire era prossimo e propizio.

 

Sì disposero a lasciar quel favoloso mondo,

coronato di splendido corallo

per ritornare alla realtà del suolo fecondo.   

 

Si ritrovarono, nel ponte della nave

e tutto intorno, schiuma bianca

come cotone, ma era neve.

 

Tutto fu come uno strano sogno,

nel quale si sentirono trasportati

come se rapiti in un altro regno.

 

Elena, timorosa abbracciò Alessandro,

avendo capito d’essere stata coinvolta

da quel predetto futuro [26] divenuto vero.  

 Paride, così, fissato il timone ad oriente

alzò le vele per lasciar quel luogo

e dimenticare per sempre il dio tridente.

 

Ma la nave, presto, sembrò frenata

e l’ondeggiar lento tra le onde,

la rese come se fosse ormeggiata.

 

Mentre Paride assetato, beveva dalle botti,

 vide all’argo dei naufraghi sbandati

che dal vento erano sopraffatti.

 

Venivano sballottati dalle onde,   

mentre aggrappati tra legni fluttuanti,

gridavano per paura d’essere in acque fonde.   

 

Pietoso era il loro grido,

allorché, Paride con coraggio,

ad uno ad uno li tirò tutti a bordo.

 

Erano trafficanti, d’Agron,[27] affondati,

dopo aver tentato di saccheggiare

una nave illirica e furono sconfitti. 

 

D’origine fenicia erano quei pirati,

e dopo avere ringraziato Paride, 

gli chiesero d’essere arruolati.

 

Assunti, nell’intrepido viaggio,

seppero che a bordo v’era Elena,

figlia di Zeus di divin lignaggio.   

Postasi al comando sulla plancia

obbligò loro di seguire gli ordini di Paride

e in alcun modo mostrar tenacia.   

 

Soggiogati dalla bellezza e dai timori

si buttarono proni senza piglio   

giurando fedeltà ai lor signori.

 

Con la soggezione che reggeva le lor vite, 

dopo un giorno approdarono a Kithira.[28]

Poi giorni salparono dal luogo d’Afrodite.

 

Dal vento, il veliero era spinto

e seguiva l’intrepido destino, mentre

si allontanava da Menalo dal cuor patito.

 

Dopo giorni, curiosa la ciurma domandò  

la loro provenienza, ma Paride

simulando il non capire, la domanda travisò.

 

Una sera, mentre Paride con Elena discuteva 

se fosse bene rivelare il vero, da questo,

Efisio,[29] capì ciò che temeva.  

 

Egli, resosi conto del loro segreto 

e del rapimento d’Elena da Sparta,

in segreto decise di rubare l’oro.

 

Efisio, seguì celato le loro mosse,

e nel rimuovere certe vettovaglie,

cercò d’afferrare l’oro dalle casse.

 

Paride, certo d’essere scoperto, 

pensò che meglio sarebbe stato 

sbarcar loro in un vicino porto. 

 

Tritone ama Elena

 

Tritone, convinto d’essere accolto 

ritentò di avvicinarsi ad Elena, 

con la speranza d’essere prescelto.

 

Le sirene tentarono di impedir la rotta

con vibranti canti e voci mistiche,

che costrinsero i mortali a far sosta.

 

Quel coro veniva dalla baia di un’isola 

tale che il veliero nell’avvicinarsi adagio 

si ridusse a toccare la riva con la prua.

 

L’anfitrite[30], con delicata e molta pazienza,

uscì dalle acque come un pesce,

ripieno di passione e mistica parvenza.

 

Elena, col fascino che emanava,

incitò Tritone a sollevare le onde 

come note di musica prodotte d’una diva. 

 

Ma un cormorano[31] da Zeus mandato,

gridò al semidio di liberare Paride

da quella illusione d’inganno perpetrato.

 

Dal suo rifiuto rubò dalle api della cera,

e col suo becco coprì le orecchie dei natanti

e li assordì fino al volgere della sera.

 

Liberato Paride, dal falso sonno, 

capì che fu attratto dalle mistiche sirene,

per intrappolarlo come se fosse un sileno.[32]

 

Dopo aver sturato agli altri le orecchie,

si allontanarono da quel luogo,

divenuto in un baleno pieno di arpie.

 

Spiegate le vele, la rotta fu quella della fuga

scelta da tutti con volontà sicura

tal che in breve, sparirono dalla quella ruga.[33]

 

Liberi da quella falsa insenatura, 

incominciarono a proseguire il viaggio

tra nuove insidie d’avventura.

 

In direzione est puntarono il naviglio,

verso la città di Ilio, posta su un promontorio

da dove Priamo salutò Paride suo figlio.

 

Ma amara fu la profezia contro Troia,

che per colpa del destino di Paride,

la real famiglia ne fu spoglia. 

 

 

Egli dopo nato, doveva essere buttato,

ma sul monte Ida,[34] dei pastori ebbero pietà

e risparmiarono la vita del figlio indesiderato.  

 

Divenuto uomo, Paride, non si angosciò,

anzi osteggiò la profezia celandosi

in una immagine apparente che mai lasciò.

 

Il suo agire del tutto accattivante

lo faceva agli occhi delle donne

un desideroso uomo ed un amante.

 

Tanto era il suo aspetto affascinante

che le dee[35] lo scansavano dai pericoli

mentre girovagava in oriente.

 

Paride ed Elena, erano follemente innamorati,

approvati da Afrodite contro il voler di Iris,

che voleva ad ogni costo vederli separati.

 

Il favore d’Afrodite fu ripagato,

essendo che, dalla sua unione con Anchise

nacque Enea capostipite romano.

 

 

Era, a un doloroso ritorno indusse Paride

a vedere la sua gente uccisa, che per

quell’inganno, il nemico ancor sorride. 

 

 

 

Zeus non rispose all’acerba idea di Era,

ma dal suo cenno poco chiaro, fu libera

contro Paride, di porre guerra.                           

 

D’accordo, si mise con Tritone, 

il dio, che accolse gli amanti

con onore e con soavi canti di sirene.

 

Egli volle essere il soggetto castigante

per ripagarsi dell’inganno della loro fuga

e godere la sconfitta dell’amante.[36]

 

L’Anfitrite propose un piano assai duro

quello di farlo naufragare e poi salvare Elena

dall’abisso e metterla al sicuro.

 

Ma temeva la dea[37] d’una sua congiura

nel consiglio di corte che poteva persuadere

Zeus a liberarlo dalla sciagura.

 

Paride che d’Afrodite era il protetto,

capì il fine dell’ostile Era

di lascarlo isolato e senza un tetto.

 

Tuttavia fu deciso dagli dei, che Paride,

conquistasse la bella Elena

con serio sentimento e non con frode.

 

Tritone aveva già decorato il suo regno,

con rivestimenti d’oro, tal che ognuno

che entrava lo elogiava d’esserne degno. 

 

Così, egli, cominciò a turbare la vela

in modo che cambiasse rotta

e poi con impetuoso vento, affondarla.

 

Fu a mezzodì quando nel  giorno splende,

il dio sprigionò un uragano che presto

la nave si trovò in balia delle onde.

 

Mentre la tempesta nel ciel tuonava, 

i due amanti temettero il peggio,

mentre la ciurma supplicava.

 

Per lor colpa degli amanti inveì l’ira del dio,

che i marinai pensarono di buttarli a mare

cercando di placare d Triton l’acceso fio.[38]

 

Ma si trovarono contro la favorita[39],

che Zeus era pronto a liberarla

e punire chi l’avrebbe sol ferita.

 

Allor si finsero i marinai loro amici,

proposero a Elena che pregasse Zeus,

per calmare il mare e non essere uccisi.

 

 

 

Elena inneggia Zeus

 

Oh! padre Zeus, che infondesti probo

il tuo amore! Così aprì Elena il dire:

quando Tindaro acclamò il mio

nascere come evento di divina progenie,

onorando la tua scelta come favore eterno,

si compiacque che donasti me, bellezza

che nessuna donna osò mai il dire

di oltrepassar l’indole mia medesima né la grazia

ilare che tu donasti e fosti benigno

con sincero amore verso mia madre Leda.

Ora, a te vengo nella stretta della mia natura,

tormentata alquanto dal peril che strapparmi vuol

da questo mondo che, se pur m’accolse gaio, non desiste di starmi contro. Con la mia nascita, in quel momento, facesti grazia alla terra con la mia presenza,

lasciando benignamente la tua impronta.

Immediato aiuto chiedo, che volgi a pietà

il volto tuo verso la mia sciagura che ne facci

rivendico il momento in mio favore contro chi

sta anelando misfotuna[40] ai futuri giorni della

ornata vita mia d’avventura. Il chiamarti padre

mi fa sentire diva che onore chiede del tuo

intervento, ma di indole mortale sono, che nulla

io possa reclamare o avanzar pretesa.

Così attendo con mistica speranza che tu

venga in mia difesa e mi ristori dall’avversità

che mi divora.

 

 

A quella supplica, Zeus si mosse

e attuò in segreto un piano ordinando

subito, che Elena liberata fosse.

 

Così, all’alba, quando Triton emerse

per ammirare la bella Elena,

si accorse che per voler di Zeus la perse.

 

La navicella fuor dal tribolato luogo,

spinta fu al largo che il suo navigar,

fu presto fuori dal maldestro piego.  

 

Ma Tritone, a sud soffiava il vento,

mentre la ciurma si sforzava al quanto,

che il navigar divenne lento.

 

Ma il piacere di libertà fu subito gustato,

che animò gli animi a gioire,

 per essere fuggiti dal dio disperato. 

 

Avvicinatosi alle coste d’Egitto

sì annunziavano altre odissee,

di cui, non ne fecero alcun conto.

 

Ad accettare la sorte s’erano ordinati,

gli scampati dalla furia del mare,

per cercar riposo in quei luoghi riparati.[41]

 

 

 

 

Canto 3

 

In mezzo al mare

 

Il naviglio sballottato tra le onde

s’arenò tra le coste d’Egitto

in mezzo a lagune poco fonde.

 

 

Accresciute dall’affluir del Nilo

eran folte di vegetazione di papiro

simili alla flora dei giardini d’Ilo.

 

Appena si destarono dal sonno

s’accorsero d’essere approdati,

presso un sacro luogo lì vicino.

 

Un sacerdote vigilava un tempio.

Postosi curvi per non dar sospetto, 

prostrati a lui chiesero rifugio.

 

Ad Afrodite quel tempio fu concesso

che Elena ne ammirò e fu stupita 

i colonnati dipinti dal pittore Nesso,[42]

 

chiese al religioso se mai gli Egizi

vollero rimuoverlo e sostituirlo con Ammon

a cui,  usavano fare i loro uffizi.

 

Da Menfi venivano fino a quel luogo

e dicevano ch’era d’Afrodite la Straniera[43]

quel tempio che volevano distruggere con un rogo.

 

Ma Proteo che il tempio lo associò ad Elena,

non volle distruggerlo per suo ricordo,

perciocché di lei si invaghi e restò in pena.

 

Il sacerdote che sapeva della sua fuga

e della necessità di dimorare in Egitto,

le chiese se con Paride avesse fatto lega,

 

sapere del tesoro che Menelao diceva,

d’esser stato beffeggiato da un lestofante

ma sprovveduto, gentiluomo lo stimava.

 

Ma loro asserendo di non sapere,

resero vana la domanda, chiedendo  

d’essere ospitati sotto il suo potere.

 

Il sacerdote sospetto ebbe del lor parlare

e di nascosto fece chiamare Thoni[44]

ch’era negli avamposti a sorvegliare.

 

Nel frattempo li portò in un altro tempio

ch’era dedicato ad Heracle, in onore

delle sue gesta eroiche e del suo scempio.

 

Nella zona, or Canopico[45]chiamata,

si raccontava che quando un reo veniva

a rifugiarsi nel tempio durante la serata

 

s’aggrappava all’altare dando voto

che nessun delitto avrebbe fatto,

se il dio lo avesse ancor salvato.[46]

 

A questa storia, i marinai fecero pensiero,

se fosse stato idoneo rapportare il vero,

per quel che rivelò Paride e farlo prigioniero.

La loro decisione fu di denunciar l’amante,

prendere Elena e col naviglio fuggire dal luogo,

lasciando il fuggitivo delirante[47]

 

Alla sera, gli ospiti del tempio,

presero la sacra offerta per proprio cibo,  

considerata empietà e per gli dei scempio.

 

Il sacerdote si adeguò alle lor richieste

mentre aspettava il ritorno del drappello 

per spingere i malviventi forestieri alle coste.

 

All’alba il messo arrivò insieme a Thoni

per investigar sull’abusivo sbarco

e sentire e giudicar le loro ragioni.

 

Il primo ad essere interrogato tra gli stranieri 

fu Paride che sembrò essere discreto

alle domande fattagli, s’erano predoni.

 

Cominciò il dire, ch’erano scampati,

ad un attacco d’una nave d’Agron,[48]  

contro una nave che pensava fossero pirati.

 

Gli Illirici s’erano verso di noi avvicinati

quando una nave di pirati fu alle loro spalle

e in poco tempo si videro affondati.

 

 I Fenici, in fuga dalla nave pirata,

nuotarono verso di noi, che li salvammo

mentre compimmo una rapida virata.

 

Così accolsi i naufraghi sconfitti,

offrendo loro di remare per la nostra nave,

essendo che, dal male l’avevamo sottratti.

 

Dopo giorni di navigare in acque chete

un improvviso uragano innalzò le onde

che fummo sospinti come pesci nella rete.

 

Ci portò fin qui nella sabbiata spiaggia,

piena di paludi, ove il Nilo s’arresta

e poco fronteggia il mar, tosto indietreggia.

 

Senza speme di ripartire, né di trovar dimora

approdammo alla ricerca di un luogo

che ci avesse accolto in quell’ora.

 

Così, entrammo nell’entro terra            

alla ricerca di un luogo quieto e trovar

qualcuno che di noi si prendesse cura.    

 

Riparar le falle e le divelte vele

per poi proseguire tra la mia gente

che verso di me è d’animo gentile.

 

Thoni sospettando che il suo dir non fosse vero

interrogò i marinai, che presero ad accusarlo,

dicendo, che fu lui a derubare il tesoro.

 

E che Paride, ingannando l’amico,

gli portò via la moglie e lei s’adoperò, 

nel tradir lo sposo, lasciandolo mendico.

 

 

Elena e Paride si guardarono negli occhi,

e intendendo che le accuse eran gravi,

si videro come in un labirinto senza sbocchi.

 

Allor, Elena si trasse ch’era in riga,

per far capire il suo dissenso e

scaricare su di lui, la colpa della fuga.

 

A ciò Thoni decise di portarli in corte

per essere giudicati come spie

e far cadere su di loro, la pena della sorte[49]

 

Notificato il dispaccio in corte,

Thoni li condusse da Proteo, ch’era in Menfi,[50]

per trarre le verità che furono contorte.

 

 

Elena nella corte di Proteo

 

In presenza al re Proteo, dio delle foche,

che al surger del mattino emergi dal mare

come un’onda che inalba al sole e si spiega

rispecchiando i raggi nell’intorno, da far apparir

luminoso il giorno, io m’accingo a dir cosa

mi portò in questa intrepida avventura che

nell’intimo mio s’è avvezzata da farmi lasciare

la mia dimora ed il mio sposo, fedele nel suo

amore ch’altrettanto io ripagai con indesiderato

innato. Or mi trovo nel muovermi

in vicende d’amore alla ricerca dell’uomo che

m’avrebbe fatto conoscer le porte del destino.

Così, non per mia solerzia volli andar con Paride,

ma spinta da un voler divino, trascesi lo stato

mio di moglie per accettare, mio malgrado, quello

d’una amante che, inavveduta, segue l’istinto.

Non so spiegarti il modo né come io sentii il

desiderio d’accettare, persino, di rubare il tesoro

di Menelao e fuggire con lo straniero, mentre

or mi trovo davanti a te, re Proteo, che giudicar

mi devi dell’agire che per me è come un sogno

scadutomi dal cielo, trovandomi in questo luogo

misterioso lontano dalla mia gente.

 

Proteo, nell’ascoltare, vide gli occhi di Elena

che richiamavano il loro antico incontro,

e il girare nei giardini fino all’ora della cena.  

 

Ad avvezzarsi ad amorosi approcci,

mentre lui pian si ritraeva

per non esser vittima dei suoi lacci.

 

Ma i discorsi, lusinghevoli da lei profusi

e il suo profumo che invadeva grave,

faceva che i suoi pensieri, venivano confusi.

 

Molte volte la vide nei suoi sogni,

vivere quei momenti che lasciavano

nel suo cuor profondi segni.

 

Ed or quel desiderio di averla era assopito

le appariva come se mai l’avesse amata

accogliendola come un’ospite al suo invito.

 

Anche se il suo cuore fosse sovrumano

sentiva che lo sguardo gli rafforzava

il desiderio d’averla a lui vicino.

 

Così i due intesero di far convito,   

lasciando Paride al suo destino

per quello che prima aveva rilevato.

 

 

 

Paride risponde a Thoni

 

Sono Paride, figlio di Priamo re di Troia.

Il mio desir non fu mai di intraprendere

avventure, né di lasciar la mia gente, che

degno rispetto godo e fama oltre i confini

e accolto bene son da ognuno. Fu

che un giorno in giovanile età mentre stavo

con Cassandra, mia sorella, fuori dalle mura

a scrutare le difese, lei mi predisse che

sarei stato portatore di sventure a chi s’avesse

a me legato. Non credetti alle sue parole.

Io gioivo i giorni che accompagnavano

le missioni che il padre mio mi dava

e le escursioni che facevo in caccia.

Così, ero sotto un albero di cedro, quando mi

comparve Afrodite che si allietò nel

vedermi e m’ammirò. Così mi disse

che aveva un incarico da darmi che

m’avrebbe cambiato il vivere se avessi

conquistato la donna da lei scelta, Elena,

mi sarebbe stata moglie di bellezza rara.

Nulla io progettai di rubar il tesoro, né la donna

del mio amico Menelao, che conobbi al mercato

d’Argo, né io conoscevo Elena sua moglie, ma

nell’incontrarla un mistico sentimento mi invase, che non fu controllato dal debole mio cuore, che come se ci conoscevamo uniti fummo dal divino ardore.

 

    

A questo dire i marinai presero parola

e dissero che dopo aver preso il tesoro

e la donna, si sarebbe dileguato tra la folla.

 

Lo sentirono bisbigliare durante il pasto

con Elena del tesor di Menelao,

ma a loro disse, di non averlo visto.

 

Fuggiti che furono per Troia,

Menelao li inseguì. Solo tardi 

s’accorse ch’erano andati via.

   

Proteo, che conosceva l’Atride,

non credette il dir di Paride

e decise di non porgli fede.

 

Dopo che nelle camere s’era ritirato,

ne uscì con il seguito della corte

e lesse il verdetto all’imputato.

 

 

Proteo sentenzia Paride

 

Se, i tuoi marinai non avessero preso parola

di contrastare con giustificata accusa e di

aver sentito con le proprie orecchie il tuo dire,

mostrando che la loro testimonianza non ha

il sapore di vendetta contro la tua temerarietà,

io ti offrirei occasione di dimostrami altre

prove, ma or che ho visto che il lor dire

corrisponde all’accusa datoti, pronuncio

sentenza contro di te come reo.

Nell’anno che io, Proteo inaugurai i riti

alla dea Athena per placare il suo odio

contro mio padre Poseidone, nel giorno che

la luna oscurò parte d’Egitto e l’isola di

Faro, ove io stesso mi distendo per mirar le

costellazioni favorevoli agli dei, miei

consimili, emano questo decreto contro te,

Paride, nemico che invadesti le coste del mio

regno e fosti portatore di illecito tesoro.  

Avendo, tu rubato la ricchezza dell’amico

mio Menelao, che un giorno io predissi per lui

il futuro, dichiaro te o Paride sentenza

di condanna. Ma per indulgenza che mi viene

offerta dalla stessa Elena ti scamperò

 dalla morte e tramuto la condanna nell’obbligo

di dipartire entro tre giorni da queste coste, solo

senza bottino e senza la donna che con te porti,

mentre i marinai resteranno qui in ostaggio.

Se al quarto dì ti troveranno i miei soldati, sarai,

senza ritegno, ucciso come spia, senza giudizio

ne difesa alcuna. Di te sarà cancellata memoria,

come se mai sia avvenuto questo incontro

e proclamata questa sentenza, che essa sarà

oggi stesso sigillata negli archivi e mai cercata.

Per questo, tengo Elena e il tesoro che

ingiustamente hai rubato e aspetterò di Menelao

il suo venir, che si prenda la moglie

e il suo tesoro. Di ciò si faccia fede agli anziani

e ai dotti della Legge, che a Menfi è custodita Elena,

la quale è libera ed onorata nella corte e nei luoghi

ove alloggia ed ospitata. Così è stato sentenziato

e così sia scritto. Proteo, dio e figlio di Poseidone,

dio del mare. 

 

 

Canto 4

 

Paride lascia l’Egitto

 

Si mosse Paride, senza alcuno aiuto

e con fatica riassettò la nave per partire,

mentre Elena, s’accostava al re or, gradito. 

 

Dopo tre giorni fu pronto per salpare

per andare vagabondo in mete che    

non gli permettevano di tornare.

 

Elena, lo salutò con segno d’abbandono,

e tutt’intorno vi fu silenzio, mentre

il suo cuor, forte batteva, senza freno.  

 

Non sapeva, Paride, se quello fosse un sogno

o una decisione inaspettata degli dei

o di un castigo per non esser stato degno.

 

Già vedeva a lontananza dalle arpie

che gironzolavano ed erano guardinghe

da far supporre ch’erano delle spie.

 

Erano le arpie, nate per uno fine vuoto,

da un amor balordo e proibito,

da un incesto avuto tra Forco e Ceto.[51]

Così, furono mutate in mostri alati,

beccavano i corpi dei marinai che 

si fossero nei mari avventurati.

 

Col vento in poppa, egli, si trovò al largo

tra lo spasimo e l’ignoto e il suo vagare

mentre si avvicinavano a lui due imago.

 

 Eurilo ed Adilo[52] nel naviglio s’erano infiltrati

lasciando i lor compagni per seguir Paride,

dato che dagli altri furono isolati.

 

Si presentarono con animo servile

e col desiderio di ritornare in Jarbha.

Così, l’Ecubo li accolse e fu gentile.

 

Erano esperti e conoscevano i mari,

sapevano orientarsi con le stelle, 

ed erano valorosi marinari.

 

Bisogno aveva di loro, il fuggitivo,

che tesoro fece dei lor consigli,

che puntò a Gabes, un porto bene attivo.

 

Vicino v’era l’isola dei Lotofagi, loro terra,

la quale, di spezie con i vicini trafficava,

vivevano pacifici e non cercavano la guerra.

 

Dopo un giorno di navigare,

apparirono le arpie, in nuvolo denso

ed erano pronte per divorare. 

 

Il loro orrendo strepito infuse terrore

che la ciurma si buttò lungo il ponte

per nascondersi e non farsi afferrare.

 

Con un veloce volteggio s’insinuarono

 tra gli ormeggi del veliero e con artigli 

e con il becco dannosamente li colpirono.

 

Paride e i sui non riuscirono ad affrontarle,

le ferite riportate furon gravi che per coprire

il proprio volto non badò alle spalle.

 

Egli prese della pece e in un attimo di tregua,

la collocò in un catino e fece fuoco

così riuscirono a muovere le arpie la fuga.

 

Le arpie riprovarono ad affrontarli,

ma furono disturbati dal propagar del fumo

che salendo li minacciava d’affocarli.

 

Tentarono invano per reagire,

ma sbattevano in ogni lato del veliero

che in poco tempo, dovettero fuggire.

 

Per il dolore la ciurma fece eco,

si muovevano nel ponte qua e là

come se ognuno fosse cieco.

 

 

Dopo che si ebbero sanate le ferite

decisero di ripartire verso il porto,

scordando le amare ore già sofferte.

 

 

Tuttavia, qualcuno scrutava intorno 

se le arpie tornassero all’improvviso

pronto a suonare l’allarme con il corno. 

 

La direzione fu verso la terra dei Berberi

ch’ebbe in potestà Didone, la figlia di Muttone

re di Tiro, insieme a tutti i suoi denari.

 

 

 

 

Didone parla in corte del suo passato

 

Al fatidico destino che mi rese sola e a quel

ricordo non resto muta quando l’astioso

Pigmalione, mio fratello, che per la sua innata bellezza

ebbe del mio sposo Sicheo immotivata gelosia,

poiché, ritenne esser suo rivale nell’aspetto

e così non negò di colpirlo mentre stava inarcando

l’arco per colpir la preda. Diresse il dardo verso il petto

del mio amato e lo uccise. Grande fu il dolore che

convolse la vita mia che stava aleggiando come colomba

verso sentimenti mistici delle alture dell’Olimpo.

L’efficacia di quel dardo mi stroncò il destino, lasciandomi vedova e ertana moglie innamorata del mio Sicheo. 

Il mio continuo pregare agli dei, mi conforta,

ma non mi ridona l’uomo che amai

né i giorni avvenire mi ricolmano la speranza

di rivederlo tra le mie braccia.

Così ho deciso d’abitare questa terra

che mi fu data e voto offrire alla mia castità

per dar amore a questo popolo[53] che m’accolse.

 

In Tunisia  

  

Qui in Libia trovai asilo dai Berberi, popolo

umile, coltivator della terra, che nel vedermi

provenir da Tiro, poiché, Pigmalione m’esiliò

dal suo reame, mi fè regina qui con tanti onori.

Ed or mi dedico a Sicheo a sognar la vita

mistica in compagnia del suo ricordo.

Non con altri desidero il mio vivere né l’amor

che mi offriranno mi distoglie il rimembrar di lui.

Il sognare prese possesso nel mio visone

dell’estasi e del sentimento puro che mi legano

alquanto a quel che resta del futuro, di

ritrovalo gaio per il mio fedel sperare e per

il costante amore che dissemino tra questa gente. 

In suo onore, mi prodigo di intervenire causa  

di un lor viver migliore.

E per ricompensa al lor generoso cuore, ho deciso di fondar Cartagine[54], città nuova, che si protende tra due Baie, ove un canal li unisce sotto lo sguardo d’un colle che accoglie il primo d’ogni mese, il dio Apollo.

Nella città ergerò un tempio dedicato ad Afrodite per le difese e le premure che mi fè, quando nel progettar la fuga da Pigmalione, seppe che io rivendicar volevo l’offesa con altrettanto impeto, contro di lui.  La dea, però, mi spinse, dopo l’esilio da me declamato, di non tornare indietro per non trovar la morte.

 

 

 

Canto5

 

Elena nella corte di Proteo

 

Elena, si allietava col favor di Proteo

dentro le stanze del palazzo con le ancelle

ad ascoltare musica mistica d’Orfeo. 

 

Al sol calante con le vestali si recava al Faro,

ove Proteo, dalla riva guidava le foche

nella baia, che faceva lor da scalo. 

Le foche che a branco si radunavano,

poi li guidava verso le colonne d’Ercole[55]

nel momento che il mar lì era più alto.

 

In un angolo di prato vagheggiava

con il suo corpo la bella Elena,

mentre un pastor vicino l’osservava,

 

si avvicinava lento con gli occhi lucidi

e con divino aspetto d’un semidio

col compito di parlarle di alcuni eventi.

 

Era Hermes degli dei, il messaggero,

portava nuove da Menelao che la cercava,

sebbene il suo amor non gli fu sincero. 

 

Di ritrovarla, s’era imposto, ad ogni costo

e rivendicare l’offesa del troiano che s’era

presentato con inganno e bell’aspetto.

 

Elena fu grata di quel che le fu detto,

poi gli chiese se gli dei avessero in serbo

di cambiar per lei il corso del suo fato.

 

 

 

Hermes predice a Elena su Menelao

 

Ancor, con Paride il tuo cammino

non è completo ed il fin verrà quando 

il fato a te sorride e ti muterà la vita

lasciandoti intraprender il viaggio che

ti porterà in Ilio. Diversi sentimenti

ti conquisteranno, ma il desiderio di averti

non cesserà in Menelao, che intrepido

ingaggerà rivolta di tutta la nazione contro

il vile amante che osò a lui strapparti.

Disquisiscono gli dei per la tua immunità,

ma non tutti son d’accordo, tal che, Zeus[56]

in segreto ti manda il dir di perseverare

in questo stato di speranza, senza

imminente visione di libertà, ma perduri

e non rallentare di invocar gli dei per

proteggerti dalle insidie che vengono d’altrui.

Stai accanto a Proteo che non produce intento

di averti ad ogni costo, ma solo di

proteggere il tuo futuro, raddrizzando le vie

per raggiungere il tuo fine.

 

Così, Herms, dopo aver parlato andò.

Elena, così, vedeva Proteo che in una 

Occasione, per esser mite la elogiò. 

 

 

Proteo ricorda il passato con Elena

 

Già sulla crespa dell’onda ti vedevo

come ondulante tra le fronde e il sole

rispecchiarsi sul tuo volto coronato di fiori

dava segno al mio cuore che oggi

t’avrei incontrato e ammirare la tua bellezza

e il tuo frivolo ondeggiare aulente

dei tuoi capelli. Creatura sei scaturita dal

meglio gioir del dio, che volle improntare

l’abile sua magnificenza in te col modellare

il volto tuo con fiori dell’Olimpo e resina

d’Oriente. Il tuo sorriso amabile, gioisce

la luce del sole quando rispecchia al mattino

e riscalda la brina. Elena, con la tua bellezza

agreste attrai e dai frenesia agli uomini di soffrir di

sentimenti arcani. Inondi i cuori degli innamorati,

che non possono averti. Io ch’ebbi il tempo di

conoscere la tua indole di giovanile impronta,

quando venisti in questa terra per vedere me

e saper del tuo destino, allor mi infondesti

il tuo gioire di bellezza nella vita, ch’altro

non volli. Se il buon senso non mi avesse

liberato dalla coltre di profumo di Cipria

che incontrollato mi inoculò gli occhi,

mi sarei mosso al desiderio d’averti

incondizionatamente.  Or che anni son

passati, l’antico ardore, scemato alquanto,

mi ritrae dal tentare l’imprudente approccio

che detrimento mi arrecherebbe se non l’odio

degli dei, miei simili, dell’Olimpo abitatori[57]

 

 

 

Elena risponde al passato di Proteo

 

Se il tuo desiderio di avermi e il sentire

del mio cuore d’essere accaldato dal tuo, 

incontrarono difficoltà poste dal fato che 

non permisero che in noi nascesse amore,

pur or sento, un ribollire di pretesa

contro quel sincolar destino inflittomi

dall’alto, che non mi permise libera scelta,

d’essere costante nell’amare, sebbene

Menelao resta pur l’unico, da cui, non possa

fuggire d’essergli consorte.

Per volere degli dei, vedo che il peregrinare

non mi giova, piuttosto sento fortificare

il futuro incontro con l’uomo, di cui, son moglie,

malgrado sono perdutamente amante del troiano,

venuto a sconvolgermi lo stato del mio vigore. 

Non altra alternativa io vedo, per aggirar la fine,

né il fuggir mi nasconde dal vezzo d’essere

amante di qualcuno e mi sento misera

più che bella e solinga più che desiderata.

Proteo, tu mi rivelasti ciò che mi perdura ancora,

il viver mia resta grave che mi distoglie dall’essere

stimata. Quasi al pensar mi pento d’aver saputo

quello che non avrei voluto. Or capisco il tuo

restio atteggiare, quando ti chiesi di conoscere

 il mio fato, che mi deluse al saperlo amaro.

Non so come fuggir dai miei giorni e

dall’incanto che m’attrae non poco,

senza cedermi momento di ripresa, ne

il resister m’è convenevole né il ribellarmi

mi produce utile guadagno[58] Quindi ho deciso 

di assuefarmi al vento che mi trasporta

in luoghi predisposti dal futuro che man mano

si manifesta in me come ricompensa di ripagare

un debito che non conosco.

 

 

Canto 6

 

Paride nell’isola dei Lotofagi

 

Paride ed i suoi,[59] presso la costa

avvistarono l’isola dei Lotofagi  

mentre il veliero si spostava a manca.

 

Inumiditi dalla brezza,

decisero di buttar l’ancora presso la riva,

dov’erano dei frutti a poca distanza.

 

Così pensarono di mangiare

prima d’incontrare gli abitanti

ed essere accolti come ospiti di mare.

 

Appena sbarcati, i capi del luogo

saputo di Paride, il troiano, 

lo accolsero con un real saluto.

 

 

 

Paride racconta ai Maclei

 

La penisola che si estende avanti a noi

si addentra a formare un golfo, come se

resistesse al mare per non soccombere.

Gindane, è il suo nome, e ospita i Lotofagi,

tribù che da antico tempo si nutrì di loto,

frutto del luogo dal quale estraevano un vino offerto

al dio Tritone. Vicino a loro, v’erano i Maclei1

che usavano tal sistema. Separati da un fiume,

il lor destino era di vivere insieme ai gitani, di fronte

alla misteriosa isola di Phla. Lì è l’oracolo che fu esternato,

che un dì vi sarebbe stata invasione dei

Lacedemoni, ove lo stesso Jasone si arenò,

e avvenne che egli possedendo il tripode

del dio Tritone,[60] per accordo lo ridiede per   

essere liberato dalla palude.

Così Jasone, pose il tripode di bronzo di Tritone

al posto suo. Accanto v’era la tribù dei Maclei

e quella degli Ausi. Ogni anno davano onori

ad Atena, nella qual cerimonia due gruppi

di ragazze si fronteggiavano con bastoni

e pietre attaccate in corpo. Quel rito era

per onorare la dea come la nostra Atena

in Grecia. Prima di incominciare la lotta,

vestivano la più bella delle guerriere

con vestiario greco e con elmo corinzio.

Come sapevano dell’armatura greca è un mistero. 

Lor dicevano che Atena era figlia di Poseidone,

la quale, la diede a Zeus in adozione,

questo disse Paride, con l’aiuto di Eurilo ed Adilo.

Così sbarcarono gli arditi navigatori,

mentre a suon di tamburo,

furono accolti come vincitori.

 

Appena i Maclei s’erano avvicinati

riconobbero Eurìlo essere di loro

e lo abbracciarono come forsennati.

 

Ma quando videro Paride, si soffermarono,

poiché, il suo divino aspetto li sconvolse,

e come a un re, tutti s’inchinarono.

 

Eurìlo, ch’era un Macleo

gli chiese a Paride di presentarsi

e dire lor che non era un dio.

 

 

 

Paride parla ai Maclei

 

Figlio di Ecuba sono e di Priamo, re

di Troia, fin dalla presenza

dei Mirmidoni[61] nella terra di Anatolia.

I Troiani si distinsero per ingegnosità

e costruirono muri di difesa, contro ogni

nemico indegno, ove inutile fu ogni

tentativo di espugnare Troia o di abbattere

 le difese per entrar da conquistatore.

 Io, Principe, ebbi grandi onori per la mia

astuzia sull’investigare le vie turpi del nemico. 

Contro di noi molti si son scagliati senza tregua

e sono stati tutti abbattuti. Sottomessi fummo mai

e l’onore che in noi emerge arrivò fino agli dei,

che si compiacquero di farmi amministrare

la scelta della donna più bella.

Io, attratto dal destino ed  essere coinvolto

in un intrepido viaggio che mi portò lontano

dalla mia gente e ancora fino a oggi mi conduce

in questa terra e fra di voi, per chiedere

un temporaneo asilo.

 

 

Ploseo, l’anziano re dei Maclei

 

Tu straniero, che sei venuto in pace

e ci hai portato un nostro figlio,

ti rendiamo ancor, con grande voto

onore e d’averti fra di noi sarà esultanza

sia che tu ci porti nuove dall’Oriente

ove Babilon è risaputa essere città eterna

e della tua gente, che ci insegnerai il lor costume.

Ti chiediamo, ancora, che tu accetti d’essere come re

e che ci guidi a istaurare la legge che in noi non regna,

perché non v’è famiglia fra di noi ma tutti son di tutti

e lo stesso Eurìlo non sappiamo

chi sia il padre, poiché le donne son di tutti[62]

Adilo, sappiamo sol ch’è un Ausi del vicino

territorio al di là del fiume. Ringraziamo

Athena che ci ha portato te come conoscitore

delle leggi e che saprai guidarci ad aver

ordine nel nostro paese.

 

Paride accettò di buon grado

il parere del vecchio saggio[63]

d’esser di loro un re temporaneo.

 

Eurìlo fu scelto suo consigliere

ed altri cinque luogotenenti

furono scelti tra i saggi di buon cuore.

 

Nei mesi successivi preparò

la stesura della Carta con i poteri

che ad ognuno assegnò.

 

 

Paride propose di promulgare una conia[64]

simile a quella di Ilio per legiferare  

come se fosse una colonia di Troia.

 

Passò un anno da quando vi fu il rito,

dell’incarico e della lettura dello statuto 

e dei poteri che ciascun avrebbero avuto.

 

La legge vietò il facile accoppiamento

ed il matrimonio fu istituito

come principio di vita e di incremento.

 

Ed a tal proposito fu rinnovato il porto

ed i campi furono coltivati a frumento

e con i loti si fece vino da esporto.

 

Un giorno con Adilo, erano andati

a visitar gli Ausi, suo popolo, che 

oltre il fiume Triton, s’erano stanziati.

 

Paride fu accolto con un gran cenone

per aver portato fra lor, Adilo,

figlio di Zelo, sacerdote di Tritone[65]

 

Il quale, aveva preso la via dei pirati

e pentito, or stima gli fu data

di sorvegliar la zona d’ambo i lati.

 

 

 

Con interesse le leggi furono osservate, 

quando parlò in difesa del giovane Adilo,

le cose che disse, furono apprezzate.

 

Ringraziò tutti con garbo e amore,

ricevendo il favor di tutti e quello di Ploseo,

che gli diede potere d’imperare.

 

Così Paride fu re temporaneo dei Maclei

e  mite governatore degli Ausi 

col pieno favore degli dei.

 

Vollero, per quella causa che il rito

fosse offerto ad Atena e ch’egli aprisse

la cerimonia[66] e presiedesse il convito.

 

 

 

La cerimonia all’ospite Paride

 

Scelte venti ragazze vergine,

furono presentate agli anziani

con vestiti tipici e perle per collane.   

Tutte adornate con fiori di loto, divise

in due gruppi, fronteggiavano la dea

con danza ritmica e senso di sacro. 

Il gruppo emetteva un suono cupo 

per richiamare gli spiriti di fertilità.

I variopinti fiori, coronavano le ragazze che

con inchini presentavano l’offerta ad Atena.

Poi formavano un cerchio ed un altro

al centro, fino a diventare un

gruppo colmo di ragazze.

A giusto punto, sprigionavano un urlo,

e con tutte con le mani alzate ricominciavano

a formar dei cerchi che si allargavano dal centro,

fino a formare due gruppi opposti,

per poi scontarsi, provocando

un rumore assordante. 

Armati di bastoni e di pietre

cominciarono a scontrarsi senza limite

e molte di loro stanche

e ferite si ritraevano dallo scontro.

Alla vincitrice, le facevano indossare

l’armatura di guerriera greca,[67]  c

on elmo corinzio, per presentarla alla dea.

Veniva fatta salire, poi, in una biga

con un cavallo arabo e lasciata correre

intorno alla laguna, per essere purificata

e pronta per essere sposa del re.

 

 

 

Paride interviene nel rito dei Maclei

 

A questo obbrobrioso spettacolo, Paride

intervenne con avverso dire agli anziani,

poiché credendo loro di aver mostrato il meglio

del lor costume si compiacevano di esso.

Rozzi e inebetiti! Poveri di ogni sano costume

che dia vero onore alla vostra stirpe,

che con l’atteggiare ignaro

e del torbido contegno causate disastro

alla vostra stessa discendenza.

Oscuro è il vostro malsano impeto di ripagare

la dea, che per onorala con la bellezza

la disonorate con il triste evento di sangue,[68]

che fate scorre innocente dalle vostre figlie,

e con plauso dite che ciò è un rito

ed un evento. In qualità di governatore

di cui m’avete eletto, dispongo che non sia mai

ripetuto un simile sacrilegio e che tutte le

ragazze siano accudite e curate delle lor ferite,

e che tutti diano rispetto. D’ora in avanti,

ognuna di quelle ragazze e di tutte le altre

ancora, prenda un solo uomo per marito,

come ho disposto nei Maclei,

così anche da voi sarà uguale l’obbligo

d’osservare la legge. Io, Paride,

principe dei Troiani, che regnano

incontrastati in Anatolia,

ordino che quanto detto sia scritto

nei vostri archivi e che siano tramandati

ai vostri figli con osservanza

di legge e di rigore.  Tutti riconobbero

l’errore e gli anziani si assunsero

la colpa di fronte a tutto quell’orrore.

 

Adilo, disse che il dir di Paride fu corretto,

poiché, quel costume era crudele e

bisognava agire con sana indole e rispetto.

 

Paride, lasciate ad Adilo, disposizioni,

fu da altri emeriti, scortato dai Maclei,

ove lo aspettavano per altre funzioni.

 

Quando arrivò, nel luogo del convito,

vide che molti dei giovani erano drogati

per la quantità di loto ingerito.  

 

E molti, durante la danza per onorar Tritone

cadevano svenuti ed altri smorti,

e gli anziani strambi, ridevano senza fine.

 

Uno spettacolo di follia

che Paride non sopportò oltre,

e proibì il frutto ed ogni altra anomalia.

 

 

 

 

Paride insegna i Maceli

 

Popolo di Maclei, mi rendo dotto che

non sapete intender l’effetto di questo

succo che pian vi distrugge il vostro vivere

e vi trasporta via dal ragionar corretto,

rendendovi ancora schiavi del vizio

e  di essere posseduti da uno spirito maligno.

L’apparir vostro insano, non determina

alcun ragionamento sano, che considerarvi

inibiti a qualsiasi commercio o proposta

di legame amico o di favor di dei.

Proibisco l’uso di questo malefico frutto,

che senza limite ne fate uso contaminandovi

il cervello ed essere preda di ognuno. 

Da oggi, nessun beva o mangi, senza limite, 

questo frutto ma usarlo deve solo per commercio.

Il dio Triton, non vuole sacrificio insane,

ma quello di un guerriero che combatte

ed offre a lui cimeli di valore. Così,

poiché m’avete eletto re, or, per mio titolo,

ho deciso di aiutarvi a prosperare

ed essere civili e popolo sapiente. 

Come già detto agli Ausi, ad ogni vergine

sia compagna di un solo uomo e a lui sia sposa 

fedele fino alla morte.

In questo modo, farete il voler degli dei,

e loro vi premieranno con molti figli

che diverranno prodi guerrieri

ed onore daranno a voi,

i popoli che vi conosceranno.

 

 

A questo parlare del principe valente,

la figlia di Ploseo e di Eurìlo sorella,

gli volse, il cuore e pur la mente.

 

Paride accorgendosi ch’era bella,

vergine pura con un innocente cuore,

a lei si accostò per volgerle parola.

 

Ploseo, che capì il suo intendo,

permise che avvenisse quell’incontro

or che vide ch’era sincero e di amor fecondo.

 

Così liberi d’ogni intoppo

i loro sguardi s’incrociarono permissivi

e s’invasero l’uno l’altro in tutto il corpo.

 

Quando si fu a lei avvicinato,

Paride, le chiese qual fosse il suo nome

e mentre la guardava ne fu infatuato.

 

Lipuria gli disse, mentre a lui s’inchinava,

con delicato ed amabile candore,

al principe troiano, che tutta la scrutava.

 

Tu sei come il fior di loto,

più guardo il tu corpo più mi incanta

la tua immagine di divino aspetto.

 

Candita è la tua voce che m’imbalsama

e in ameni suoni e armoniosa musica

l’esser tuo, naviga e mi ristora l’anima.

 

Lipuria, il cuor festoso mi invade

e ancora il chiamarti mi dimena al quanto, 

che pur trattenendomi il desir non cede[69]

 

Al convito, un augure accese un cero,

mentre Paride si preparava a proferire  

della sua gente e del suo destino oscuro.

 

 

 

Paride racconta la sua storia

 

Io che son dalla lontana terra di Lidia,

mi dipartii per sovvenire la richiesta

della dea Afrodite, che m’ordinò,

una impresa singolare e strana.

Dopo un lungo ed intrepido viaggio,

ora mi trovo in questa terra d’occidente

che mi ospita e mi concede sicurtà

che m’allontana al quanto i sentimenti

dalla donna che amo e che

di riconquistar m’avvezzo,

dopo che il peril,[70] Egitto mi contrastò.

Allontanatomi dalla costa, ho navigato

Fin qui, ove tra voi, ho trovato asilo.

Non nego che sento frenesia di ritentare

in quel luogo per riconquistar la mia amata.

Ma senza tregua gli dei s’oppongono

al mio desiderio di ritrovarla,

poiché Elena, è per me il veder dei miei occhi,

per questo, non v’è ostacolo ne limite

che mi impedisca di raggiungerla. 

Né, penso che Hera m’affligge

ostacolandomi d’assaporare il mortale amore,

contro l’assenso degli altri dei. 

Ma or non posso che accettare questa

misteriosa realtà che muta il mio percorso

 e mi distoglie dal seguire il mio destino.

Come m’attrae ameno il tuo nome, Lipuria,

così questo luogo deciso da un fato,

mi incatena, mentre il disperar

m’inculca affanno.

 

 

Al suo dir Lipuria, risponde

 

Se il destino volle divergere

il tuo peregrinare verso questa terra,

contro il tuo volere, inverso da quello

che gli dei ti spinsero, tuo malgrado,

verso il luogo che ostenti d’accettar mal grado,

e se il mio volto è diverso da quello

che i tuoi occhi vorrebbero vedere,

fa che essi si compiacciono

al dolce mio languire de miei,

che dovutamente ti trasporteranno

in dimensioni arcane ove tu pensi

di trovare l’eccelso amore. Io misera

con pochi meritevoli pregi, né d’alto rango

di provenir m’impongo, ma della semplicità

che corona la mia vita e che dipinge il corpo

mio e lo fa essere sincero. Degna son della mia gente

e della mia profonda onestà,

or si, mi vanto. Paride, io t’ammiro

perché sei sincero e non posso dire

che celi il tuo sentimento per portare

inganno, che dal momento che t’ho visto,

l’impulso d’amarti in me non ha cessato.

Se tu vuoi, farò che tu dimentichi

il passato per il tempo che decidi

di restare in questo luogo,

prolungando il tuo viaggio,

e che i giorni qui vissuti ti siano

come balsamo al tuo pensare.[71]

Come profumo al tuo volere sarò,

mentre tenero sarà il mio conforto

ed il mio servil concedo al tuo bisogno. 

Non voglio che il tuo penar ti sia fardello

o che intorbidi il tuo cuore al mio.

Le mie premure, che con dovizia son pronte

a condividere con te, ti strappino il legame,

deciso, dal tuo passato, mentre se vuoi,

gelosi li conserverò nel silenzio dei tuoi ricordi.

Al suo dir, Paride, diede consenso e fu grato,

dell’affetto che lei, gli mostrò.

 

 

Paride, commosso dall’ospitalità

 

Paride, abbracciò Lipuria teneramente,

mentre il suo volto, commosso,

espresse gratitudine e gioia alla gente

 

Così, fu invaso dal quell’amore acerbo,

che pur credendo di non cedere a passioni[72]

al proferir di lei, si avvicinò con dolce garbo.

 

In quell’attimo, si ritrasse dal suo ricordo,

e accettò la realtà che gli appariva,

convinto di essere il suo sposo in ogni modo.

 

Lipuria, forse artefice del suo fato,

s’avvinse a lui con gioia, mentre

il popolo compiaciuto, non pose veto.

 

Intorno, fiori di loto erano a bella vista,

davano l’aspetto d’essere nell’Olimpo

e la natura sorrideva alla loro vita.

 

Così, quel giorno fu reso storico,

poiché, quella gente, da tribù

divenne un paese amico.

 

Dopo due anni, fu desto dal lieto evento,

Lipuria, ebbe un figlio che da giovanetto,

già  si preparava a vernare il regno.

 

Ma un giorno, dei pirati[73]dell’Illiria

s’infiltrarono nell’entroterra in cerca d’oro,

nel tempo che Paride era andato via.

 

 

Contro il loro impeto repentino,

nulla poté fare Eurilo con i suoi,

sebbene, combatterono con zelo.

 

Si districò con tutta la sua forza,

ma Lipuria, cadde nelle loro mani,

ferita, invocò aiuto, ma restò indifesa. 

 

Paride, arrivò nel frattempo

e li colpì con frecce e poi con spada. 

Li affrontò e li respinse da quel luogo.

 

Nella lotta i pirati tutti furono uccisi,

ma quando egli tornò in Lipuria, era

morente e i suoi occhi erano socchiusi.

 

Si accostò a lei con amore

ma mentre le dava coraggio con parole,

sentì affievolirsi il battito del suo cuore.

 

 

 

Lipuria e le sue ultime parole

 

Paride! Che strano! Avrei dovuto essere

sacrificata alla dea Atena, nel modo

come tu stesso ci hai proibito. 

Intanto che noi ragazze, ingenue al destino,

ci scontravamo ignari per compiacere la dea.

Tu hai interrotto quel rito 

e ne hai messo un altro in moto,[74]

floreale e caldo come il sole.

Il fine della vita sta dietro a un velo

senza vedere oltre il domani,

mentre ci accingiamo a sperare

che il giorno ci porta gioia per amare la vita.

Ma oggi, se ho conosciuto il fine 

e son sazia di giorni e stanca di speranza,

pur il cuore mi dice che il dio del mistero

mi darà visione del futuro e il mio

popolo mi ricorderà a lungo.

Paride, straniero caro e mistico uomo di divino

aspetto che ebbi onore di godere il tuo amore,

soddisfatta or sono e mi sento piena del tuo onore.

Muoio con il ricordo di tuo figlio

con l’immagine d’una forza che mi de conforto

e mi allietò nell’esistenza, la quale, ebbe l’apparenza

di un lungo corso, ma che s’arrestò al primo

albeggiar del giorno.

 

 

Paride, piangendo l’assisteva,

e come trascinato in un baratro,

senza sostegno d’aiuto s’accasciava.

 

Pianse, odiando il giorno d’esser nato

e quel pastore che neonato lo salvò

dal quel dirupo, che giù sarebbe andato. 

 

D’essere nato per portar sventura

e seminar tragedie negli onesti cuori,

mutando la loro vita, valutata già fortuna.

 

Il suo animo sentiva della vita il peso

e la gravezza di un fato avverso

e la delusione di non essere difeso.

 

 

Paride addolorato per la morte di Lipuria

 

Meglio lasciare questa terra, ch’io

non la contamini con il passo del mio piede.

M’ero convinto di portare grazia e civiltà 

per sollevare questa gente dal penare,

ma ostile mi è stato il soffio minaccioso

degli dei che, non mi risparmiano dal soffrire

ed essere cagione di mali e di sinistre avversità.

Senza speranza d’avere alternativa

di riposo o di modesta tranquillità,

accerto che il mio percorso è senza visione

né di rivedere il mio popolo.

Le parvenze di repentine gioie m’illudono

e mi causano svagata fiducia, che

m’affonda nel vuoto della vita

senza un appiglio di speranza alcuna. 

Diseredato fui, anche dal padre mio,

per questo fato che mi cadde addosso

da quando nacqui, senza colpa alcuna

e il nulla mi consola, a che, gli dei possano

liberarmi da questo orrido dolore

per tornare ad essere vivente come si conviene.

Così, come uomo che chiede con meritato

sacrificio la serenità, lascio o Pleuso

la tua terra che mi dette ospitalità e conforto

e il ricordo al cuore mi resterà per lunghi

giorni e mai la mia bocca proferirà

menzogna nel decantare la tua generosità

ed ancor per l’esemplare amore ricevuto

da tua figlia Lipuria.

 

 

 

Così, Paride, preparò la nave per partire

senza meta alcuna, se non, quella del destino

che lo porta qua e là tra le vie del soffrire

 

Quando la nave fu pronta per salpare,

egli, salutò Ploseo e tutto il popolo,

mentre issava la vela con profondo sospirare.

 

 

Così Paride lasciò la terra dei Maclei

e senza parola, alzando al cielo il volto,

si rimise, umilmente, al volere degli dei.

 

I Maclei, per la dipartenza, furono commossi.

Vollero salutare l’audace troiano,

con tutti gli onori come si fanno ai valorosi.

 

 

Canto 7

 

Paride verso la terra dei Berberi

 

Il vento lo sospinse verso ponente

oltre la Libia, nella terra dei Berberi,

ove d’origine fenicia era la sua gente.

 

In Hammamet spinto fu, nel suo golfo,

approdando in Adrumeto,[75] il luogo

gli ricordò ove visse la venere di Saffo.

 

Da quel modulare della costa sabbiosa,

simile a quella descritta nelle epiche,

che distinse la poetessa amorosa.[76]

 

I colli sembravano di umano aspetto,

che pur colpiti dai raggi del sole,

apparivano flessi come spinti dal vento.

 

Ospitale, Paride, vide il luogo

che pensò di rifornirsi e poi seguire

la via che conduce a un lago.

 

Nel luogo, due gendarmi si fecero avanti,

Eos e Teo[77] che, al vedere Paride,

lo conobbero e furono galanti.

 

Dai nomadi che trattavano con i Maclei,

seppero della sua origine reale, così 

l’accolsero come un protetto dagli dei.

 

Paride salito nel cocchio insieme a Teo,

guidò la biga coma fa un troiano, che

con le briglie sciolte rese liberò il cavallo.

 

Le guardie, accolsero la sua richiesta

e con gioia lo condussero alla regia

ove, Didone, lo accolse con gran festa.

 

Paride ammirò la città d’origine fenicia,

i colonnati, vide e le vestigia[78]

dopo, salutò con elogio la regina.

 

Come Troia, Cartagine era disposta,[79]

superba s’affacciava al mare,

per fermare il nemico che s’accostava.

 

Con la sua strategica posizione

era ben fortificata che superava

le altre città in quelle zone.

 

Piena di capisaldi era e di colonne

essi s’articolavano fra gli avamposti

per ostacolar dal mare l’invasione.

 

Di un grande arco composta era la porta

e di cento cubiti era l’altezza e di trenta,

all’uscir ne occupava l’armata.

 

Maestosa era la ritta via che arrivava

fin su la corte ove stava, Didone,

con i suoi fidi che lo attendeva.

 

Con suon di trombe entrò Paride, 

come si conviene nei costumi di corte,

e a lei s’inchinò con tutta la sua fede.

 

La regina, nel vedere Paride s’incantò,

attratta dalla sua corpulenta bellezza,  

che a lungo gli occhi da lui non sviò.

 

 

Paride si presenta a Didone

 

Sono Paride, principe di Troia, che contro

a ogni lato pensiero di venire come intruso,[80]

fui sospinto dal vento e dal destino

che di me ne ha fatto uno strumento,

da quando intrapresi l’intrepida avventura,

di conoscere Elena, figlia di Leda

e moglie di Menelao, re di Sparta.

A questo disegno fui sospinto da Eris,

a scegliere fra tre dee donando alla più bella,

una mela, di cui, scelsi Afrodite.

Ma il contrasto di Hera, mai si è placato

d’inseguirmi e di ostacolare il mio viaggio,

che ancor non so se finirò o sarò ricompensato.

Così il vento soffiommi in questo luogo

ma resto restio, poiché, non so dir se fu fortuna

nell’incontrare donna di virtù rara,

come te, o Didone, regina di Tunisi

e fondatrice di Cartago, ove rispecchia

l’effigia di Tiro, città fenicia, tua origine.

Ti chiedo, ora, ospitalità fino al giorno

che gli dei mi lasceranno riconquistare

Elena, che nella corte di Proteo,

il fato ci separò, quando indegno

fui considerato, per averla tolta a Menelao,

di cui, nulla fu di mio volere d’organizzare

il rapimento, né di usar torto al re, suo sposo,

che amico m’è d’antica data.

Di te, ho stima che il tuo generoso cuore

ha sofferto,[81] d’essere orbato

dal suo stimato amore. Abbi di me

compassione e di ragione esamina il mio cuore,

che degno servitore si farà al tuo volere

ch’altro non chiede.

 

 

 

Didone risponde a Paride

 

Onore tu porti in questa corte e degno

è l’aspetto del tuo apparire che la tua sincerità,

m’ispira d’avanzare accordo al tuo dire

che somiglia chi emana dal cuore sicurtà.

Per coronare il mio desio d’averti tra di noi,

sollecita me di compiacermi ad ospitarti,

o nobile troiano. Da tempo non ebbi

il favor del fato che mi alimentasse

la speranza che da me s’era dissoluta.

Or offrendomi favore mi pose in salvo,

a sfuggire dagli ostacoli

e degli altrui mendaci approcci.

Così venni in questa terra per rivalutare

il visone del mio riscatto,

per essere stata crudelmente esclusa

dal legame dell’uomo che tanto amai.

Bene accetto sei in questa terra,

che il fissare lo sguardo all’aspetto tuo

mi fa rimembrare il tempo di quando ero

avvinta alla attesa che m’aveva

partorito la felicità, ma contesa fu da mio

fratello Pigmalione, soffocando l’acerba

vita di Sicheo, che or mi resta solo ricordo

e il vano sperare d’essere affrancata.

 

Paride, si inoltrò con loro, nelle stanze

con il tocco della mano tesa di Didone

ove lì preparano candite pietanze.

 

Lenticchie, cinghiali, furono serviti

e ancor loti che dolcificarono i palati

mentre le danze allietavano gli invitati.

 

Dopo partirono per il sacro luogo

nell’isola di Jarba, vennero, ove, Didone

lasciando i voti[82] ammirò di Paride l’immago.

 

Il vino di quel luogo, con delizia fu bevuto,

che dominò in quel pranzo surreale

e il gioir d’ogni cuore fu placato. 

 

Consenso vi fu per il troiano tra i commensali

e ancor più da Didone, che le conquisto il cuore,

dandogli la dignità dei principi reali.

 

Paride fu gradito come ospite d’onore,

ammirato come condottiero e semidio,

tal che, nel regno e nella gente fè furore. 

 

Didone, con Paride si sentì in estasi, 

pensò di farlo sostare nella reggia,

di amarlo ed esser a lungo sposi.  

 

Anche Paride, si sentì d’essere infatuato 

si convinse che quella volta la sorte

lo avrebbe un po’ scansato. 

 

Tutti e due bisognosi di rivalutar la vita 

dalle sventure e dai momenti amari

condivisero la scelta dal fato ricevuta.

 

L’affetto, era quello che cercavano,

d’assaporar l’amore e di ripudiare

l’evento obbrobrioso del passato.

 

Didone, dall’incontro fu appassionata,

e pensò che amare Paride, avrebbe 

ricominciato una vita spensierata.

 

Nella stanza bronzea pendevano

dipinti e arazzi di gran valore e fenicio

era l’affresco che stava sul divano[83]

 

Il giallo cupo e il rosso mattone

dominavano le pareti con le immagini

di dame e di guerrieri della terra di Didone.

 

Il pavimento ricco di mosaici,

di dipinti e arazzi e di cimeli, 

raffiguravano le vittorie sui nemici.[84]

 

Al centro, vi erano figure di due vestali 

sdraiate sotto un albero che ammiravano

la natura e la bellezza delle valli.

 

Dietro, dove erano seduti Paride e Didone

v’era un grande affresco ed ad ambo i lati,

Venere e Leda, che additavano Mirone.

 

Quattro tripodi, ciascuno con un lebete

ai lati del salone, che facevano da serto

e due candelieri stavano ai lati della parete.

 

Tende di tessuto d’Oriente

ricamati da mano di ancelle esperte,

ostentavano la luce che entrava dalle porte.

 

Il baldacchino, eretto con legno d’Ebano,

ornava la stanza circondata da colonne

col soffitto che specchiava un cielo arcano. 

 

I due amanti, attori del mistico incontro, 

ciascuno dimenticando il passato amore,[85]

realizzarono il sogno divenuto vero.

 

Iarba,[86] sei mesi dopo fu informato

ch’era arrivato da Elissa, il troiano,

e che un accordo segreto era stato fatto.

 

Irato, d’avere ceduto per la Carta,

radunò una disperata armata

e si diresse per riscattar l’amata.

 

 

 

Iarba, parla a Didone

 

Cartagine m’appartiene perché è mia,

io son stato il tuo generoso donatore,

o Elissa, per il quale, t’avresti concesso

a me ma nulla ora vedo che tu convieni

a ricompensar il dono del mio amore.

Mentre mostravi il tuo segregar del voto,

mi respingevi con costante e indisposto

volere d’avermi accanto, tale che,

la via presi di star lontano per aspettar

il tempo favorevole al tuo assenso.

Or, son qui venuto per rivendicare

ciò ch’è mio e di rompere il fido patto

che verso di te io feci, senza clamar

compenso ne altro che a te non piaccia.

Veduta la tua infedele promessa e che di me

nulla ti aggrada, né il ricordo né il pensiero

di stare insieme, or, pretendo il tuo amore

e di combattere lo straniero son pronto.

Elissa[87] tu m’ai ingannato, con parole

e pensieri d’affanno che nutrivi per il tuo Sicheo

e mi hai allontanato, mentre tramavi d’incontrare

l’uomo che ti compiacesse e cancellare

la mia premura, che con fedeltà ti dimostrai

oltre tempo col mio cuore, dal quale tu domini

senza timore alcuno. Per questo son venuto

risoluto a riconquistare l’apprezzamento tuo

verso di me e che son pronto a combattere

ed eliminare lo straniero, che con inopinato

modo s’è posto tra di noi e verso di te

essere il prode pretendente del tuo cuore,

facendo sì, che tu mi ripaghi il giusto che t’ho dato.

Così, non combatterò contro il tuo esercito

o il tuo popolo, ma sarò contro il troiano

e lo sfiderò a cimentarsi contro di me,

ed offrire agli dei la scelta del destino

che esso, oggi, richiede un vincitore

per la prosperità di Cartago e del mio amore.

 

 

 

Paride risponde a Iarba

 

Non sono qui per usurpare il posto di

qualcuno ne di mettermi a confronto, ne

d’offendere il tuo animo che tanto ha

fatto di meritarsi piena fiducia,

ma nulla puoi comandare ad un altro

cuore, opprimendo con il tuo volere la

libertà d’amare né il desiderio d’un cuore

se sceglie ciò che tu non puoi dare.

Non è indole d’un re, quello che cerchi

d’imporre altrui, ma egoismo e

sopraffazione di potere e di sentimento,

che non vede ostacolo nè limite,

perché tu possa soddisfare e piegare altri 

al tuo desiderio e al tuo impeto,

che ti spinge in fallace duello con me.

Mi sfidi senza alcuna ragione

che quella di usurpare

il cuore d’una donna per essere

tua succube per quello che le hai dato.

Oh! Iarba, sei accecato di un odio,

che non sai spiegare il fine,

ne ragione alcuna per eliminarmi

per poter aver libero desio di possedere

Didone, che non ti ama. 

Accetto la sfida a duello, che superbo

a me proponi e della scelta delle armi

ti do la scelta, per soddisfarti

dell’impeto impari

che manifesti invano.

 

Iarba sguaina la scimitarra e fa segno

d’esser pronto a dare inizio al duello

per la vittoria che lo rende degno.

 

Dall’altra parte, Paride, non fa di meno,

col brando lo gironzola con potenza

e fa segno di colpirlo in pieno.  

 

Risoluti, avanzarono l’uno contro l’altro,

senza batter ciglio ne segno di perdono

e al singolar cimento, i due guerrieri si posero.

 

Mentre, le spade tratte si scontravano,

una voce alta femminile gridò. Fermi!

Era Didone, che fermò il contender vano.

 

Miei prodi, non è giusto che combattiate

senza conoscere il mio verdetto,

su chi dei due ponghi il mio cuore.

 

Poiché, ambedue felicitata la mia vita,

pongo un duello a maestria dell’arco,

e chi è il migliore avrà la mia scelta. 

 

 

 

Duello tra Iarba e Paride

 

Questo medaglione, era di Sicheo,

mio sposo, vittima d’una congiura,

consumata al par di quella di Atreo.

Sia posto a pendolar su un albero,

e chi lo scalfisce sarà degno di stare

accanto a me e principe dell’impero.

 

Iarba che in verità non voleva rischiare,

accettò la proposta così pure Paride

la considerò degna di potersi fare.

 

Il libico, prese per primo posizione

e mirato dalla distanza di dieci stadi

scocca il dardo e scalfisce il medaglione.

 

Iarba si sentì, subito vittorioso,

di aver colpito il bersaglio,

dando segno d’essere lo sposo.

 

 

Ma Paride, che d’arco n’era maestro,

ed avendo visto che il centro del medaglione

era bucato, mirò diritto al foro.

 

A mirar con l’arco teso, il troiano, si dilungò

ma al momento giusto, lasciò la freccia

andar dritta al medaglione, che lo squarciò.

 

Un grido di gioia fu emanato da Didone,

e alzando il vessillo di vittoria, dichiarò

Paride vincitore e Iarba accettò la decisione,

 

Arretrò deluso e meravigliato

nel vedere la bravura del troiano vide anche

l’animo di Didone, ch’era cambiato.

 

 

Eos e Teo ch’erano giudici del duello,

con autorità proclamarono il vincitore,

mentre Didone offrì a Paride, il suo anello.

 

Paride di quel gesto ne fu onorato

che apprezzò il dono come segno

d’irriducibile amore confermato.

 

Iarba, sconcertato andò via in un lampo,

silenzioso e con animo adirato

rimandando la sfida in altro tempo.

 

Eos e Teo e tutto il popolo fece eco

per la vittoria di Paride e riconobbero,

la sua abilità ad usare l’arco.

 

Elissa, esaltando il valore del troiano,

annunciò l’inizio della caccia al leone

per godere con Paride il suo nuovo destino.

 

S’avviarono lungo i sentieri aridi

in groppa agli elefanti, verso la savana,

evocando al rombo dei tamburi i lor riti.

 

Armati di lance e frecce con punte rovinose

si addentrarono in una zona ricca di leoni,

nascosti tra alberi d’alto fusto e vegetazione.

 

Paride, con maestria usava l’arco,

ed era sempre pronto a colpir la preda

se si fosse passata al varco.

 

 

 

Poiché, di leoni v’erano delle impronte,

egli prestamente si pose in agguato,

mandando gli altri, all’altro fronte.

 

Ma un rinoceronte s’era posto con violenza,

davanti dove Paride stava per attaccare che

egli montò un cavallo per gestirne l’ingerenza.

 

Al preciso mirare, nulla potette l’animale,

che colpito in fronte, cadde morto. E tutti

gioirono al troiano che compì un gran finale.

 

Didone, per l’ardita caccia fu entusiasta,

talché, distaccarsi da Paride più non volle,

né, il troiano, volle perderla di vista.

 

Un’oasi trovò in mezzo alla savana

ove i due amanti decisero di farsi un bagno.

Nel vederla, Paride, s’invaghì della sua regina.

 

Ma mentre si vestiva, una voce sentì.

sussurrandogli che quella passione,

gli avrebbe presto avvicinato il dì.

 

Poiché, maturo era il ritorno per l’Egitto

ed Elena stava ad aspettarlo, 

or che Proteo, in missione era andato.

 

Didone, che sapeva della sua indole divina,

capì che la notizia non fu di suo favore

e che presto l’avventura sarebbe pur finita.

 

 

 

Così, mesta, preparò il suo cuore,

che stava confidando nel destino,

ma presto, esso spense tutto il suo furore.

 

 

 

 

Didone così parlò

 

Dopo il benevolo favore fattomi dagli dei,

l’esser mio fu oppresso dall’odio

di Pigmalione che non mi permise di godermi

lo sposo mio Sicheo e dalle molteplici circostanze

anche la natura mi fu avversa.

Decisi dopo che arrivata in questa terra, di isolarmi

dal mondo perché perduto avevo la speranza.

La tua improvvisa apparizione, o Paride,

risvegliò il cuore mio, che mi diede alito alla vita.

Così, la tua presenza ha allietato, il peso

del mio stato, che non mi allieta

i giorni ne mi prospetta gioioso il futuro.

Ma, or, che il fato mi ha permesso di incontrarti,

ho assaporato l’amore che da tempo

ho perduto.  Esso mi ha fatto rivivere la virtù

di innamorarmi con immensa gioia e

rinnovare la realtà d’avere ritrovato 

il corso favorevole della vita. Immenso

e mistico fu il tempo, in cui, mi resi

conto che il penar s’era fermato e che

la gioia avrebbe dato vita agli anni miei.

Invece, la tua dipartita, mi soffoca

la speranza e mi progetta verso giorni cupi,

quasi, da reclamare al mio errore

l’inavveduta convinzione d’aver trovato

in te, il gradito amore e dei miei agognati

desideri, lo scoprir della felicità.

Paride, che da quel fatal momento che

approdasti in questa terra, ti ho amato

con passione d’iliaco sapore e mai pensai

che il domani sarebbe stato amaro.

Amarezza or vedo avanti nei miei giorni

e che ciò ch’io non volli, venne repentino

a tramutar la mia passione, che mi fè

nascere verso di te, timore. Non 

accetterò più che il mio sentimento,

ancor venga a soffrire per un altro uomo,

che se, dovesse mai invadere il mio cuore,

non lascerò che io sia delusa, anzi,

 farò finire l’evolversi della vita dell’altrui,

che cercherà di rovinar le miei emozioni.

 

 

 

Paride risponde

 

Io che già nacqui con fattezze

di singolar beltà, fui vittima,

per lo strano volere degli dei,

di essere centro di avversità

e oscuri poteri del destino,

che or vano è il mio tentare di combattere

il fato ostile, che tentando più volte

d’ingannare il mio futuro,

ho proceduto come se io non fossi sua preda

e tu ne sei stata oggetto di tal conferma,

per cui, ora lo detesto, poiché sento che

opprime di più la mia virtù.

Sotto l’impeto ostile dell’Olimpo, ripudiato

pur son stato da Priamo, mio padre e scelto

ancora, fra i diversi consigli degli dei, di

iniziare questa intrepida avventura, piena

di ostacoli, per seguire il lor volere, contro

il volontario mio scopo della vita. 

Non mi son mai assuefatto a questo

negativo evento ed ho cercato

sempre uno spiraglio per scoprire

l’indole del momento di fortuna

per illudermi d’essere fuori dal 

controllo negativo. Così quando i numi

 mi guidarono verso te, ti vidi come l’agognato

 desiderio d’aver trovato la donna dei miei sogni

 e che s’addice alla quiete mio sperare.

Elissa sei stata la linfa del mio sangue

che ha trovato facoltà di scorrere felice

e dei miei pensieri che s’erano acquietati

nel dolce tuo sospiro, il quale m’animava

anche il cuore, mentre decantavo

il vivere dell’esistenza tra la natura

che blanda mi circondava

con alito divino. Ma or vedo che al mio

concerto d’aver trovato rifugio,

m’è venuto incontro il vento avverso

che mi spinge ancora per dipartirmi

da questo luogo ed andar via

a vagabondare come straniero in altre terre.

Il ricordo tuo rimarrà vivo e la mia

visione sarà fedele nel riportarmi

la tua bellezza per lunghi giorni.

 

Così, il principe figliol di Ilo,

lasciando infranto il cuore di Didone,

dolente lacrimava per l’addio.

 

Canto 8

 

Elena nella corte di Proteo

 

Mentre, Elena discuteva con le ancelle,

il bagno faceva giù nelle acque del fiume   

poi fuori il baldacchino si distese al sole.

 

L’eleganza della sua movenza,

attirò l’attenzione di Proteo

che non trascurò la sua presenza. 

 

Ma fermo era nel suo proponimento

di tutelare l’integrità di Elena

e ridarla a Menelao per l’onor di patto.

 

Proteo non permise che alcuno la vedesse

quando con lei discuteva sotto il drappo,

della sua partenza sebbene non volesse.

 

Ma un giorno, un principe della zona,

del vicino regno di Giza le si s’avvicinò 

e con galante espressione le chiese la parola.

 

 

Rampisinito[88] era un giovane aitante,

che elogiando il suo divino aspetto,

si offrì d’essere il suo amante.

 

 

 

Si presentò ad Elena molto affabile,

salutandola come si conviene e lei,

lo ricevette col sorriso e gli fu gentile.

 

Avendogli dato il benvenuto,

gli fè segno di fermarsi e discutere

su quello che voleva e il perché era venuto.

 

Il volto del principe brillava come il sole

e a guardarlo, Elena, rimase incantata

da non potere proferir parole.

 

Proteo, vedendoli non intervenne,

poiché, Ram era il principe 

del vicino regno e figlio del Faraone.

 

Il colloquio tra i due fu ameno

tale che, un impulso attraente fece presa

nel momento ch’egli porse la sua mano.

 

Il giovane le parlò di mitiche avventure, 

e quello d’un progetto di onorare Amon,

per essere aiutato a trovar l’amore.

 

La invitò a visitare il suo regno

e lei accettò dopo un cenno fattale da Proteo.

Quell’incontro aprì un nuovo sogno.

 

Affabile accolse il favore del principe

mentre la ospitò nel suo baldacchino e poi,

si diressero verso i campi fertili di spighe.  

 

All’arrivo le illustrò la regia e il vestibolo,

il trono costruito da una pietra strana[89]

caduta una notte dall’immenso cielo.

 

Stettero tre giorni tra i palazzi

tra le stanze della corte, mentre 

ammiravano pareti coperti di arazzi.

 

Poi nella città di Alessandria andarono

ove Elena fu accolta come una regina.

Onorata fu, con balli e musica del luogo. 

 

Rampsinito s’era invaghito della sua bellezza

ma Elena lo divagò avvisandolo ch’era protetta

da Hera e controllava ogni sua movenza.

 

Gli disse che se fosse stata da lui desiderata

altri ne furono afflitti per aver tentato di averla,

che in poco tempo la loro la vita divenne disperata.

 

Ram, invitò Elena nel cocchio,

lei accettò volentieri e si pose accanto a lui

per compiacere il principe d’Egitto.

 

Alla regia, di Tebe si diressero,

stretti si reggevano nella biga,

mentre i cavalli seguivano il sentiero.

 

In un’oasi decisero di fermarsi.

All’invito d’un bagno, Elena, non si rifiutò,

or che insieme, decisero di bagnarsi.

Poi, si misero a scrutare il cielo,

mentre il sole li scaldava sotto un albero

di palma, avvinti come amanti senza velo.

 

Il riprendere del loro viaggio, non tardò,

e per entrare in segreto in città,

Ram ad Elena, gli occhi le bendò.

 

Postosi all’esterno delle mura,

dalla parte alta della regia, appena  

toccò un costone, apparve una apertura.

 

Controllato il muoversi d’ogni evento

Rampisinito, le tolse la benda e lei si trovò

a torno, così tant’oro, che le fè spavento.

 

Con una collana di rubini

le adornò il suo statuato collo,

mentre le toglieva i suoi monili.

 

Ad Elena piacque quel favoloso mondo

che desiderava ma non poteva

seguir quel destino fino in fondo.

 

Passato un giorno, i due amanti s’avvidero

ch’era l’ora ch’Elena tornasse a Menfi

e che il lor rapporto restasse sol sincero.

 

Tuttavia, al fiume si guardavano con amore,  

ma dopo Ram salì sul suo cocchio, 

e andò via da Elena con dolore.

 

 

 

Rampsinito, tornato nel luogo presso il mare,

ove stanziato era Proteo, colloquiò con lui

di progetti del regno d’allestire.

 

Parlando di alcune quantità di derrate,

Proteo, gli ricordò di costruir due statue

all’entrata della porta di levante.

 

Una statua di donna, che figurava l’estate

e l’altra che avrebbe raffigurato l’inverno,

circondate da ninfe che danzavano velate.

 

Partecipe si fece di costruire un tempio

dedicato a Efesto, foggiatore d’armi

che della  dea Hera n’era il figlio.

 

A Proteo piacque il piano di Rampsinito,

gli promise oro e argento per dare inizio 

all’opera che avrebbe ufficializzato il rito.

 

Le ore del lor parlare non furono poche,

dopo, Proteo si allontanò verso il Faro,

ove spesso s’incontrava con le foche, 

 

Proteo indicava loro la via di ritorno

e come l’oceano s’alzava valicavano lo stretto   

mentre dal mediterraneo s’accodavano a turno.   

 

 

Così, quando le acque si alzavano,

le foche uscivano dalle porte d’Ercole[90]

e ritornavano nel grande nell’oceano.

 

In corte[91], apparve Elena con le ancelle,

che sembrava d’essere discesa dall’Olimpo

col suo vivido colore della pelle.

 

Nella movenza sembrò che meditasse,

ancora su quegli attimi d’amor vissuti

se fosse stata realtà o mistica virtude.

 

Ma ora si trovava insieme a Proteo, 

che pur l’amava come un amante,

ma l’età lo faceva essere solo cicisbeo. 

 

Mentre discutevano dell’opera di Efesto,

Elena gli parlò dell’incontro con Ram,

essendo che, nulla poteva essergli nascosto.

 

Discusse di alcuni intrighi e vicende,

Ram aveva fatto vittima una donna,

ma poi, la rese libera dal suo pretendente.

 

Proteo, che d’Elena ne conosceva l’indole

le disse: son sicuro che non sarai mai sola,

avrai sempre un amante che ti sarà servile.

 

 

Nel frattempo Paride era sul veliero

 

Nella navicella, Paride, stava al timone,

navigava con la speranza di rivedere Elena,

ma le possibilità diventavano più vane. 

 

 

Quando, un delfino, mandato dal dio Tritone,[92]

gli tracciò la rotta verso l’Egitto, ov’era Elena,

che chiedeva soccorso alla dea Dione.[93]

 

Proteo, a suo tempo, respinse suo fratello,

quando fu contrastato d’avere ospitato Elena,

poiché, il dio voleva portarla con se nell’abisso,

 

dopo che Proteo, con una nube la nascose,

avendola coperta dallo sguardo di Tritone, 

la occultò in una concava conchiglia.[94]

 

 Allor tumulto vi fu nell’imo mare

che tremarono i coralli e fuggirono i natanti,

meravigliati da quell’insolito lottare.

 

Poseidone, intervenuto nella lite

richiamò Triton, di non essere egoista

ma di occuparsi solo delle sue derrate.

 

 

Triton, umiliato e ancor dolente,

come un delfino scomparve in mare,

tenendo in mano il suo tridente.

 

Di Paride, si sarebbe presto vendicato,

per farlo girovagare in ogni mare,

facendolo stimare da tutti un dissennato. 

 

Ma Venere gli mandò un delfino 

che lo guidò sulla via di ritorno,

lontano dalle arpie che volavano vicino.

 

Paride, resosi conto che fu aiutato,

alla dea inneggiò lodi di gratitudine,

per averlo senza indugio liberato 

  

Era tempo del ritorno del troiano,

nel luogo ove aveva lasciato Elena, ma

in attesa stava una ninfa a tendergli la mano.[95]

 

Nel qual tempo, i pensieri gli dettero visione

di un passato che gli tornava spesso al cuore,

dell’antico amor ch’ebbe con la ninfa Enone.[96]

 

Paride non capì se la decisione di lasciarla

fu una sua scelta o se fosse stato il fato,

per scansarlo dalla richiesta di sposarla.

La ninfa gentile era e premurosa,

faceva che le sue ancelle lo accudivano,

mentre Paride con guardo fisso l’ammirava.

 

La sua bellezza come se fosse statuata, 

attirò il dio messaggero Herms,  

che da lui ebbe, Pan, l’ermafrodita.

 

 

E per il diniego che non ebbe un maschio

fu da lui diseredata a rimaner nel bosco,

tra il silenzio e l’umido del muschio.

 

Enone, provando, profondo amor per l’Ecubeo

gli promise che lo avrebbe reso famoso

al cospetto suo, come il cantore Orfeo.

 

Ma Paride non immune dal fato 

che lo trascina in vie di virulente fogge

egli può essere solo da un dio liberato.

 

Così, Paride si ricordò d’Enone,

che gli fè dimenticar la speranza

d’amare Afrodite ch’era già d’Adone.[97]

 

Ma Paride, la compiacque per la mela

quando, affascinato dalla sua bellezza,

la preferì sperando ancora di riaverla.

 

 

 

Dopo tre giorni s’avvide d’esser già in Egitto,

di nascosto, approdò in un nascosto luogo,

pensando a quel che Proteo gli aveva detto,[98]

 

Dalla riva si diresse verso il Faro,[99]

avendo preso un cammello lì nei pressi

mentre deciso era di parlare con Proteo.

 

Poi, si avvicinò nei pressi della regia

sperando di vedere Elena e da lontano la vide

che si dirigeva con la corte, nella loggia.

 

Non sapendo come attirare la sua attenzione.

escogitò d’essere un mercante e poi,

aspettò il momento per dar atto all’azione.

 

Le chiese, in modo così galante,

s’è fosse interessata alla sua mercanzia

senza mostrare d’essere il suo amante.

 

La sua condotta destò sospetto,

che un’ancella chiamò un gendarme

e gli disse che v’era un intruso nel muretto.

 

Così s’accorsero dello straniero

e dopo averlo fermato in disparte

con violenza poi, da Proteo lo condussero.

 

 

Elena, temendo che per lui era la fine,

cercò d’attutare una difesa

per liberarlo da altre pene.

 

Il suo aiuto docile e lusinghiero

cambiò il verdetto delle guardie

poiché, l’intervento d’Elena fu sincero.

 

 

 

Proteo ammaliato parlò

 

Non fu forse il mio verdetto

pronunziato prima che tu, o Paride, partisti

per non far più ritorno in questa terra?

Mi accorgo che m’hai disubbidito e con

caparbia condotta ti sei presentato come

se nulla fosse stato.  Ma or che so,

chi ti spinse a far ritorno e ti abbreviò la via,[100]

non voglio decretarti un’ardua condanna,

riconoscendo che da solo non avresti potuto,

in nessun modo, arrivar fra queste mura.

Vedo in ciò, anche la mano di mio fratello

Tritone che, inopinato, s’intromise

per quell’alterco.[101]

Cosi comandò a delfini di mostrarti

la via per l’Egitto e far sì che liberassi

Elena dal mio custodire. Perciò non

indugio, ne causare ostacolo io voglio al

vostro partire da questo luogo, che il viaggio

vi porti in oriente, ove compiuto sarà,

del desiato fato e il vostro volere.

 

 

 

Paride conclude

 

Io son d’esso e tu mi hai riconosciuto e già

condannato con magnanimo cuor al

non ritorno e riconosco d’essere stato

trasgressore e meritevole di pena, Accetto

il tuo condono come offerta sacrale agli

dei, che per tuo merito posso ancora partire

con Elena, la qual tu stimi oltre modo.

Il tuo cuore, ostile a cedere la desiata donna,

avrebbe non voluto dire parole d’esonero.

Oh! Proteo, se il riconoscere d’essere grato

al cuor d’un uomo significa apprezzare

la sua umana indole, io ho credito di vantarmi

d’esserne uscito incolume per bravura. 

Tuttavia, il tuo sentimento ha, invece,

sconfitto la mia indole, smascherando

l’abile mia imitazione di grande eroe.

Il tuo ricordo non cesserà d’alimentarmi

nei giorni futuri, quando sarò in Troia

a decantare il tuo profondo sentimento

e la tua equità nel giudicar l’altrui.

 

 

 

 

 

Canto 9

 

Paride e Elena lasciano l’Egitto

 

Ed il giorno dopo, Paride salpò

dalla terra d’Egitto con Elena,

e tutto il tesor di Menelao, si portò.

 

Verso oriente si diressero i fuggitivi

ad incontrare il sol nascente

in un mondo favoloso, lontano dagli argivi.[102]

 

La nave sembrava scalpitar nel mare

descriveva tra le onde e le bonacce,  

la storia del loro intrepido furore.

 

Liberi da vincoli e pregiudizi

navigarono lasciando alle spalle 

le colpe con tutti i loro vezzi. 

Ma, la notizia arrivò all’isola di Creta

alla corte di Minosse, figlio d’Europa,

che pensò di servirsi della futura amata.

 

Di possedere Elena, fu lo scopo della sua vita.

accoglierla e disfarsi di Paride e poi

goder l’amore della desiderata.

 

Ma Paride non sapeva come allontanarsi

sebbene fosse protetto dalla dea Afrodite

e con Poseidone, non voleva scontrarsi.

 

I fatti e gli scontri gli furono illimitati,

quando combatté con i figli d’Iside

che tentarono d’invaderlo ma furono cacciati.

 

Appena Paride ed Elena furono approdati

furono accolti dalla corte con applausi

e Minosse li ospitò come dei regnanti.

 

Tutto fu disposto per onorare gli ospiti,

mentre Minosse ammirava Elena,

elogiandola nel corso dei suoi riti. 

 

Ma la presenza di Paride lo disturbava

essendo che voleva stringersi ad Elena

perché il suo cuor già l’amava.

 

Così, pensò di liberarsi di Paride,

ma non sapeva se farlo imbarcare  

e farlo disperdere tra le onde. 

 

Riflettuto, mandò Paride a visionare,

il tempio profanato d’Afrodite,

presso il Nilo, ove sbocca in mare.

 

Sapendo che Venere stava a guardare 

gli affidò un drappello d’uomini di valore

ed un’anfora da deporre sull’altare.

 

Prima di salpare, diede a Paride un ago

che gli indicava il nord quando navigava

e un otre di vino per i sacerdoti del luogo.

 

 

Arrivati in spiaggia, presso il tempio,

premurosi di eseguire il compito,

deposero l’anfora nel luogo detto trio[103].

 

V’era una scala vicino ad una lapide

che nel sotterraneo portava a un fiume infetto  

che proveniva da sotto la piramide.

 

Paride, raccolta quell’acqua impura,

pensò al ritorno di darla al Minotauro per far

che la sua fuga da Minosse fosse più sicura.

 

Egli stesso gliela avrebbe offerta 

per fuggire dalle sue sevizie,

e lasciare Creta in tutta fretta.

 

 

 

 

Paride in Egitto

 

Poiché ritornato sono in questa terra,

spero ch’io non sia perseguito

dagli dei dell’Olimpo, di cui,

possono farmi danno di una facile caduta

e non abbia io alcun appiglio

d’esser immune dell’avversità,

anche se piccola, m’impegna 

in situazioni avverse portandomi 

al collasso e alla disperazione. 

Legato or che sono al gioco dell’uno

e dell’altro predatore,[104] che io,

soccomba per amore di Elena.

Quanto è il peso ed il costo che

pagar devo, affinché, l’amore ch’io nutro

possa accedere a quello della mia amata.

O numi! Or che obbligato sono stato

a ritornare in terra d’Egitto,

dalla quale promisi che giammai

avrei messo piede, per il rispetto

ch’ebbi di Proteo, quando mi lasciò libero,

devo, ora, ritornare con inganno

ad eseguire difficile impresa

e cagionar morte al Minotauro.

A te Afrodite volgo il mio penoso

assesto del mio cuore che reclama

aiuto, che tu intervenga a sollevarmi dall’angoscia

e dal peril che m’onda oltre il capo e invade

il mio visone della speranza, che oramai

sembra dileguarsi tra increspi e spine

che trafiggano con repentino

avvento l’esser mio. Desolato da ogni

aspetto negativo, da quando lasciai Troia

per il mio intrepido viaggio, favorevole

per conquistare Elena, d’allora m’è venuta

ogni sorta di sventura. Sollevami o Venere,

da questo peso di travaglio e d’oscuro

presentimento, ch’ogni giorno mi consumano

senza appiglio di rimedio.

 

Sotto la piramide, un canal scendeva,

di color vermiglio, era collegato al Nilo

e nelle cavernose falde, s’incavava.

 

Arrivando presso la foce del gran fiume,

sotto negli inferi s’interrava,

contenendo selenio e cenni di bitume.   

 

Molti furono gli effetti e la reazione

su chi volle provar lo strano effetto

d’ungersi col corpo in immersione.

 

Intossicati cadevano tramortiti,

mentre cercavano di uscire, ma 

restavano come se fossero impietriti.

 

Paride, si diresse verso un ghetto

per trovare il sacerdote, deporre l’anfora

e presentare agli dei il suo progetto.

 

Ma il suo pensiero correva ad Elena

e la paura di perderla l’opprimeva,

tal che, la sua vita non era più serena.

 

La mattina del terzo giorno

si trovarono alla foce del fiume Nilo

e di lì, Paride e i suoi si spostarono.

 

Poi s’avviò nella zona, di Canopico

ov’era il tempio dedicato ad Heracle

e lì  in un bituminoso luogo, v’era un buco.

 

Sotto venti cubiti, si vedeva il fiume

che proveniva dalla grand piramide e si

riversava nel baratro con opache schiume.

 

 

 

Al Nilo prima della foce s’accostava,

ma senza inquinarlo, poi si sperdeva 

nei meandri ove la terra lo accoglieva. 

 

Paride, preso consenso dal sacerdote

con un otre ed una torcia

scese nel luogo, ove il grido non si ode.

 

Degli inferi, sembrò essere l’intorno

e pauroso il cuor veloce gli batteva

mentre percorreva l’orrido cammino.

 

Ad un tratto uno tonfo scroscio s’avvertiva, 

e quando fu arrivato alle acque oscure,

riempì subito l’otre e s’allontanò dalla riva.

 

Così intraprese l’ispida salita

ma a poco a poco la torcia scemò

e la via di ritorno divenne più  contorta.

 

 

Paride, allora, ebbe un pauroso sospetto,

che da quel luogo tenebroso,

non ne sarebbe facilmente uscito.

 

Ma una nebula con poca luce,

dal luogo dei morti risalì, che con paura

e tremolio, fermar lo fece.

 

L’appropinquarsi d’una ombra

scemante ed apparente, salì dall’Ades,

e poi, muta s’arrestò poco al di sopra.

 

 

Dopo, così aprì bocca la figura

che cominciò a parlare con voce lenta

che sembrò di star fuori dalla natura.

 

 

 

 

Lo spirito

 

Paride, figlio di Ecuba e uomo di sventura,

il fato scagliato dagli dei e colpirà Troia,

quando il nemico offeso per la tua audacia

d’aver sottratto Elena a Menelao,

solcherà la porta della tua città

e con inganno oltrepasserà le mura.

Offrendoti l’emblema d’un idolo di pace 

insidioso egli si nasconde nelle viscere

lugubre dello stesso totem.

Sono Hilas,[105] messo della ninfa Enone,

che in amor con Naide nel fiume Izimir,

m’invaghii di lei e lì trovai la morte.

 

 

La ninfa era di cuor gentile

e di portentoso amore, tal che, ignaro

fui trascinato in un sentiero vile

 

che il mio cuor s’affondò al tepore

delle lusinghe delle di lei parole

che non s’avvide del suo torpore.

 

 

Hilas, come in un silenzio arcano

s’addentrò rapidamente nella fosca luce

che era un preludio d’albeggiar lontano.

 

Naide, lo cosparse d’unguento misterioso

che lo mutò in roccia per custodir un anello

che chi lo indossava lo rendeva luminoso.  

 

 

 

 

Hilas apparso

 

Hilas, apparso con forma umana, così continuò:

sappi o Paride, che i giorni son nefasti avanti a te,

gli dei si son volti a favor degli achei contro

il diniego dei Troiani, che celebrarono il giorno

dedicato ad Hera senza interpellar l’oracolo

e scortesi rifiutarono il consiglio di Cassandra,

quando predisse l’acheo inganno,

ed in risposta le lanciarono fiaccole

di fuoco per scongiurare l’infausto responso.

Così, il cruccio d’Hera non è ancora

cessato e non dà segni di perdono.

Ascolta le mie parole che suggeriscono

il tuo avvenire e offrono caso di cambiare

le sorti della tua gente che mirano

a godere il favor del dio Apollo. 

Quanto più è la tua speme di vedere

la bella Elena insieme a te in Troia,

tanto è più morte procella nella tua gente.

Non ci sarà perdono ne scampo

per il tuo popolo e tuo padre umiliato,

chiederà perdono a chi gli ha seminato lutto.

 

Paride, sconvolto da quel parlare,

fu preso d’un tremore e da un palpito

che non seppe più cos’altro dire.

 

Stette, alquanto, abbandonato sulla riva,

guardando triste il mare, mentre

lentamente, il cuor suo s’indeboliva.

 

Percepì il fato che lo aveva abbandonato,

e la forza rimasta non lo rassicurava

all’audace compito che gli fu dato. 

 

La voglia di rivedere Elena d’Acheo,

lo portò a salpar da quella terra ostile,

lasciandosi dietro il rancor ch’ebbe con Proteo.

 

Egli riempì l’otre d’acqua avvelenata

e  presto s’imbarcò nella navicella,

alla foce del gran fiume, ov’era, ormeggiata.

 

Tirata l’ancora, salpò dalla riva Egizia

puntando verso l’isola dì Creata

per consegnare l’acqua che sevizia.

 

 

 

Nella corte di Minosse

 

La notte era quasi sopraggiunta

quando Minosse s’allietava

tra i danzatori, insieme alla sua amata.

 

 

Tutti furono sedotti da Elena che danzava

col vessillo della sua terra

che tra le sue mani sventolava.  

 

Minosse decise d’averla in sposa

nel giorno del solstizio d’estate 

e farla regina della sua casa.

 

Ma al largo il vascello di Paride appariva,

e si dirigeva per approdare a sud di Paphos,

con la brama di portar via la sua diva. 

 

Quando fu vicino, Elena lo scorse

e presto a Minosse volse il dire

per annunciar la sua partita.

 

 

 

Elena parla a Minosse:

 

Oh re Minosse, figlio di Zeus e d’Europa

che di padre mi sei ancor fratello e che 

dopo la morte d’Asterio re di Creta, 

godesti gli onori del trono, di cui, or ne sei re.

Con le tue leggi giuste programmate

col favor di Zeus onore ricevi dai cretesi

ed ancor alto consenso degli dei.   

Ti chiedo, così, di desistere dal tuo desir

d’avermi come sposa, ora che il mio

Paride si approssima alla tua fiorente

isola per portarmi via ove il destino

ci inoltra ad altro fine. Sii clemente e non far

che si ripeti la sventura che Poseidone

ti diede. Io son legata a Paride

per voler di Venere e dal profondo amor

che ho per lui. Altri son gli scopi

nel tuo futuro, di giudicar uomini

mortali, quando attraverseranno l’ora dell’oblio.

Ma tu, che sei saggio e gran navigatore,

che hai debellato pirati e infimi ladroni

dal mare Egeo, liberando per sempre l’isola di Creta,

dalla rapina e dal saccheggio. Or ti chiedo di

voler lasciar ch’io vada verso il luogo

da dove son venuta per concludere il mio

funesto viaggio d’avventura se, pur colmo

d’amori e di piaceri, che pur consumano

il mio splendore. Su di te sia il favore degli dei

e il consenso del tuo popolo, che crede in te come

il più saggio dei re antenati. Io ti ricorderò

come re equo e di rara virtù che pochi uomini

posseggono, se ancor guidati dagli dei.   

Tuoi saluti porterò a mio padre Tindaro,

figlio di Ebalo e di Betea, che regna

con saggezza in Sparta.

 

 

Minosse parla a Elena:

 

Elena, figlia di Leda e di Zeus, che sorella

pur mi sei e se invaghir mi fui della tua bellezza,

mai inganno alcuno è stato in me.

Il mio cuore mi sospinse alquanto

di azzardare pretesa in te che infondesti

idilliaco amore al mio essere

e che ancora non capisco la realtà

che mi si avviene, pronta a svegliarmi

da questo meraviglioso sonno, quasi

a farmi viaggiare tra le vie immortali.

Così sono ora attonito del tuo dire

e il mio sguardo ancora è verso te

che ti ammira e non vuol lasciare

questa favolosa unione d’esistenza

con te accanto. Elena, giusto è tuo parlare

e certo esso è guidato dagli dei

ed io che sono a loro ubbidiente,

devo assecondare il tuo volere.

Vai con il tuo compagno d’avventura

verso il concretare dei tempi

e di un avvenevole guadagno del destino,

che ti immortalerà donna di divina

bellezza e di singolar virtù.

 

 

Paride approdato all’isola di Creta

con i pani donati dal sacerdote

e con l’otre d’acqua avvelenata,

 

avendo ascoltato il discorso di Minosse

che avrebbe lasciava Elena al suo destino,

buttò l’otre in mare e si commosse.

 

 

 

Paride ringrazia Minosse  

 

Oh grande e saggio re, figlio di Zeus

e di Europa, che hai signoreggiato

nel mare Egeo tra le isole Cicladi

e hai scacciato i Cari e i Fenici.

La tua figura rispecchia la civiltà minoica

e per questo ti rendo grazie e rispetto

per la tua decisione che al cuor m’inonda

con emozione e mi rinnova il senso

di riconoscenza per avere usato

benignità verso di Elena e me medesimo.

La decisione del tuo atto sarà ricordata

tra la mia gente, che esalterà la tua generosità

che si è espressa verso lo straniero

che potevi limitare. Certo il suo contegno,

di sperare di congiungerti con Elena

e approfittarti del suo tesoro,

non l’hai fatto poiché, l’indole

di umana virtù che hai nel tuo cuore

ha superato la ragion d’essere

e hai preferito restituire onore all’altrui,

desio che ancor ti riconosce generoso.

Vogliano gli dei esserti favorevole dandoti

speme di desio e lunga vita guidando

con saggezza il tuo popolo con virtude

che hai fatto scadere in loro

e per questo ti glorificano. 

Consapevole del generoso atto che tu hai

disposto per noi avventurieri, gratitudine

ti offro e indelebile amicizia rimanendo 

sempre riconoscente al tuo generoso cuore.    

 

 

 

 

Elena ringrazia Minosse     

 

Oh divino re Minosse, che generosamente 

m’hai ospitato dandomi reale alloggio,

tal che, la tua affabile persona,

più che ammirazione mi produsse amore,

per cui, il mio cuore tentato mi spinse

che si invaghi di te e pensai

di rimanerti accanto, essendo che il tuo

furente desio mi conquistò alquanto. 

Il mio pensiero non s’acquieta alla costanza

del persistere delle cose, poiché irrequieto

è il mio cuore e riconosce Paride come mio

compagno d’avventura e di propizio amore.

Come tu sei figlio di Zeus così lo sono

anch’io, e il perdurare di questo divin

rapporto, mi crea sentimento

verso di te, più che amore.  

Ti ringrazio come hai accolto l’evolversi

del destino e per la tua riflessione

che ha manifestato responsabilità

di semidio, così faccio conferma

della tua origine con la mia, d’aver con te

lo stesso padre Zeus.  Ricorderò a lungo

i giorni passati con te e le ore, nelle quali

mi adulavi con tutto il tuo cuore, mentre

mi compiacevo del tuo fervido desire.

Con Paride andrò a Troia tra la sua gente

e il re Priamo e la sua famiglia e che gli

dei mi assecondino a completare

il mio destino.

 

 

 

Partenza di Paride e Elena per Troia

 

Tutte le provviste furono poste a bordo, 

dopo salirono i due amanti, mentre la ciurma,

era pronta a prendere il largo.

 

In quel momento al porto arrivò, Proteo,

che seppe di Paride da un suo servo

che ne tempio d’Afrodite lo aveva scorto. 

 

 

Proteo parla a Minosse di Paride 

 

Minosse, figlio di Zeus e Europa,

ascolta quanto sto per dirti, prima di lasciar

Paride partire. Sappi, oltre a ciò che

già conosci, che costui, amico di Menelao,

ha approfittato della sua fiducia e non contento

il suo tesoro ha eluso furtivamente

la consorte, la qui presente Elena.

Dopo averli accolto nel mio regno

d’Egitto, trattenni Elena divenendo

suo protettore e mandai lui in esilio.

Egli dopo esser stato dai Maclei e dai Barberi,

ritornò per prendersi Elena, che decisa,

volle andar con lui. Il  suo condono

fu per la promessa che non sarebbe

più tornato in terra d’Egitto ma, ora,

con il suo ritorno ha trasgredito

al patto e mi obbliga di dar ragione 

a Menelao che tanto cuore ha posto

per riacquistare la sua consorte

e il seguito del suo tesoro. Paride, ha

così perso la stima per non avere osservato 

alla propria parola. Per questo faccio

appello alla dea Hera che mi conceda

di togliergli Eleana e riportarla al suo marito,

che ancor pieno di furore è partito

a muovere guerra a Troia, pensando

di riprendersi la sua Elena.

Paride a te consiglio di lasciare Elena a me,

poiché, dura sarà la guerra proposta

condotta da Menelao. L’offesa 

che hai arrecato è grande e grande sarà

il dolore che subiranno i Troiani,

se non informi in tempo gli Achei

e ti offri, come ricompensa

al torto che hai fatto.

Paride addolorato lascia Elena    

 

Sempre ho saputo del mio amaro

destino, poiché, io nacqui involuto

contrastato dal presagio di Cassandra,

mia sorella, che si dibatté per farmi

sopprimere ma, che poi, per pietà

di un pastore mi concedette il vivere.

Ancora strumento della perfidia della

dea Eris, fui, quando Tedi si unì

in matrimonio con Peleo,

fui chiamato a scegliere

tra la più bella delle dee. Così, da allora,

incominciò il mio destino a cambiare

tra una avventura e una sventura.

Non fu mio il desiderio di recare

offesa a Menelao ma la dea mi spinse

ad avvicinarmi ad Elena che,

infatuatesi di me, mi coinvolse a mettere

in atto l’aberrante piano che mi portò

a seguire il suo intento, quello di fuggire

via insieme a lei dal suo consorte,

avendomi detto che non nutriva amor

verso di lui. D’accordo or son con

la decisone di Proteo che, come uomo

giusto, vuole eseguire e portare a termine

il suo dovere di tutore, consegnando

Elena al consorte e chiarire quanto

sia successo. Il mio amore verso

di lei è stato messo, più volte a repentaglio

e non mi pento di avermi invaghito

di lei fino a oggi.  Comprendo,

ora, di lasciarla e porre a suo posto

ciò che le appartiene e il suo destino

che non è di mio possesso.

Lascio, così, Elena nelle tue mani,

che tu possa riportarla a Menelao

e spiegare i fatti che si sono succeduti

e il mio coinvolgimento, per destin voluto.

 

 

Elena colta di sorpresa dell’arrivo di Proteo,

sì distaccò da Paride dolcemente

senza accusarlo d’essere stato un reo.

 

Si accostò a Proteo come se fosse indifesa

cercando conforto, mentre con il volto chino,

riconosceva la sua offesa.

 

Non sapendo cosa dire a Menelao,

Elena chiese al semidio di accompagnarla

a Sparta e difenderla davanti suo marito.

 

 

 

Capitolo 10

 

Ritorno di Elena e Menelao a Sparta

 

Nel frattempo, salpato da Troia, Menelao

si diresse con la sua flotta verso Sparta, ma

avverso gli fu il mare nel suo ritorno.  

 

Essendo che, la dea Athena

scatenò una tempesta contro Menelao

lo rese incapace di raggiungere la rena.

 

Perse, così, gran parte della sua flotta,

solo cinque vasselli furono salvati,

spinti alla deriva fino all’isola di Creta.

 

Minosse, informato dell’approdo

volle incontrare Menelao per rivendicare

l’assassinio di suo figlio Androgeo.

 

Ma lo spartano re specificò

che egli non  aderì a quel delitto,

poiché, allora, dagli achei si discostò.

 

Minosse dalle sue parole non fu convinto

e con la scusa di ospitarlo, lo trattenne

come se fosse un inviato.

 

Con i suoi fu trattenuto per quattro anni

ove, nel frattempo, Menelao ricostruì

la flotta per ripartire senza danni.

 

 

Minosse gli chiese nuove della guerra

che portò gli achei contro Ilio e del totem

di cavallo che portò loro la sventura.

 

 

 

 

Menelao racconta

 

Una guerra che logorò greci e troiani,

cominciò il dire, Menelao, per l’infausto

incontro di un tentativo di pace tra

i due popoli, ove, nell’occasione, Paride

figlio di Priamo, ambasciatore

nella mia terra, vedendo mia moglie Elena,

si innamorò follemente che coinvolse

il sentimento adultero di Elena.

Un rapimento avvenne repentino

quasi da non credere l’evento che mi

sconvolse il cuore fortemente 

e mi distrusse lo scopo della vita.

L’adulterio culminò nell’atto infame

di essere stato derubato dal mio tesoro,

che solo lei sapeva dove trovarlo.

Notte tempo fuggirono, mentre ero 

addormentato per aver bevuto

intrighi e bevande oscure che fino

al giorno dopo dormivo

profondamente come non mai ho fatto.

Allo svegliarmi mi accorsi del tradimento

del troiano e della mia infedele moglie.

Tutto mi suscitando tanto ardore e vendetta

e promisi a me stesso di muovere guerra

ai troiani. Con una grande flotta, così, ci

imbarcammo alla volta di Troia

e dopo un lungo assedio riuscimmo

ad espugnare la città grazie a un inganno

ideato da Ulisse. Tuttavia, non trovammo

Elena né Paride. Così dopo avere messo

a ferro e fuoco la città, decisi di ritornare a casa.

Ora, son qui, contrastato dal furore di Athena

che mi ostacola di arrivare a casa mia

senza Elena e con la perdita di molti

valorosi miei guerrieri. 

 

 

 

Minosse rivela di aver ospitato Elena

 

Elena e Paride fuggiti dall’Egitto,

hanno albergato nella mia regia per

qualche tempo per prepararsi a ritornare a Troia.

Fu mia impressione che la coppia fosse fuggitiva

da te, vero consorte e re di Sparta.

Scorgendo l’indole adultera di tua moglie

fui invaghito dalla bellezza sua che,

con protesto compito di recuperare

un otre nella terra d’Egitto, mandai

Paride in quella terra per avvicinarmi a lei.

Ma mi arrestai di andare oltre avendo saputo

che tutto era opera degli dei e  che Athena

ne aveva il controllo dell’avventura

dei due fuggitivi. Menelao, gli chiese dove

fosse Elena volendola riportarla in patria

e ricominciare una nuova vita senza pena.

Minosse lo informò che prima di partire,

gli amanti furono fermati da Proteo,

che si accodarono al suo voler, senza il dire.

Allora, Menelao e i suoi compagni si

impadronirono di lui, lo tennero ben saldo

e lo costrinsero a profetizzare. Proteo annunciò

che Agamennone era stato ucciso

e che Menelao doveva recarsi un'ultima

volta in Egitto e propiziarsi gli dèi.

Menelao obbedì agli ordini di Proteo

e non appena ebbe innalzato un cenotafio

ad Agamennone, i venti spirarono

finalmente favorevoli. Egli giunse a Sparta,

accompagnato da Elena, il giorno stesso,

in cui, Oreste vendicava la morte

di Agamennone.

Fine

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Era, si era accorta del tradimento di Zeus che amava Io, così trasformò Io in una vacca peregrina per il mare Egeo. Ed al ricordo di Io, Zeus gli vampava la pelle.

[2]    arbitrio: Zeus, per eludere il controllo di Era su di lui, per un eventuale suo intervento di salvare Io, fa sposare Teti con Peleo.

[3]                              dell’altrui amar: Zeus si sarebbe consolato vedere Teti con Peleo unirsi in matrimonio, dimenticando Io.

[4] mela: Iris, dea della discordia, per invidia di non essere stata invitata, buttò la mela alle tre dee, Era, Afrodite, Atena ove era scritto “Alla più bella”.

[5] Afrodite: Paride doveva offrire la mela alla più bella donna, ma egli scelse Afrodite per avere il favore della dea, per rubare Elena da Menelao.

[6] furore: si riferisce ai tempi di Teseo, quando fu rapita, ma col suo consenso, facendo apparire a Castore e Polluce il contrario.

[7] non cedea la data: non dimenticava il giorno del rapimento. Nella sua giovinezza fu rapita da Teseo e Piritoo che la portarono in Attica. Divenne sposa di Teseo e gli generò, secondo una tradizione, Ifigenia. Ma mentre Teseo si trovava nell'Ade, Castore e Polluce intrapresero una spedizione contro l'Attica per liberare la sorella. Atene fu conquistata, Elena fu liberata e la madre di Teseo, Etra, fu fatta prigioniera e portata a Sparta come schiava di Elena. Al suo ritorno in patria, Elena divenne oggetto dell'attenzione di numerosi pretendenti, provenienti da ogni parte della Grecia e originari delle famiglie più nobili. La sua scelta cadde su Menelao, che sposò e dal quale generò Ermione.

[8] divino: Hermes, messaggero di Zeus, perdeva tempo

[9] desolato: Menelao, l’Atride, nel mare vide di riflesso le immagini del suo futuro funesto e fu confuso

[10] loco: il luogo dove era il tempio di Afrodite, e che gli Egizi protestarono di usurpazione e di sacrilegio, contro i Greci.

[11] Fero: è l’altro nome di Proteo per i greci, Fero per gli Egizi

[12] re: Faro, nella foce del Nilo vi era il Faro che era la corte di Proteo

[13] pregna: il suo fascino riempie ognuno senza scampo

[14] cede: cede alle lusinghe di Elena

 

 

[15] caro: Tindaro re di Sparta e padre di Elena

[16] Egeria: Nella mitologia romana erano dette camene le ninfe delle acque, talvolta identificate con le muse; avevano il dono della profezia. Secondo il mito, una di loro, Egeria, fu consigliera di Numa Pompilio.

                                                                                                            

 

 

[17] Argo: In occasione della visita del colosso di Rodi, Menelao al ritorno passò da Argo, ove incontrò Paride, che veniva da Micene, per andare a Troia.

 

 

[18] ninfa: Elena figlia della ninfa Teti aveva le sembianze e la bellezza di una ninfa

[19] fuggitiva: Elena che lo aveva tradito e che aveva collaborato insieme a Paride a derubarlo del suo tesoro.

[20] fianco: Elena aveva drogato Menelao, mettendo una dose di polverina di papavero nel vino, che la nascondeva nel suo anello. L’aveva avuta da Igor il fenicio, durante la sua visita a bordo della nave.

[21] Tieste ed Atreo: Tieste, fratello di Atreo e suo rivale, sedusse Erope, moglie di Atreo e madre di Agamennone e Menelao.

[22] Lusinga: Elena

[23] Ardimeo: Sacerdote del santuario di Artemide

 

 

[24]vortice: Tritone, soffiando, con la sua conchiglia, fece avvenire un forte vento

                 

[25] giudizio: Tritone sapeva che non poteva trattenerli a lungo per non contrastare Zeus, che voleva che Paride ed Elena, arrivassero sani a Troia.

[26] futuro: che Proteo le aveva predetto.

[27]  Agron: re degli illirici. Il regno illirico, si estendeva dalla costa Dalmata fino alle regioni litoranee dell'odierna Albania, era uno dei più importanti stati dell'antichità e raggiunse l'apice del potere con re Agron (250-230 a.C.).

[28] Kithira: Isola della Grecia a Sud del Peloponneso. Nell’antichità era ritenuta luogo natale di Afrodite

[29] Efisio: il capo dei pirati naufraghi

[30]  Anfitrite: Tritone, nella mitologia greca, era figlio di Poseidone, dio del mare, e della nereide Anfitrite

[31] Cormorano: cormorani e marangoni uccelli acquatici appartenenti alla famiglia dei falacrocoracidi che vivono quasi su tutti i mari.

[32] sileno: figura della mitologia greca, divinità minore dei boschi di natura selvaggia e lasciva, raffigurato come un uomo, ma con orecchie, coda

[33] ruga: Sacca formata dalla finta spiaggia ove le sirene sdraiate cantavano.

[34] Ida: il monte Ida (2456 m), secondo una profezia, Paride avrebbe provocato un giorno la rovina di Troia, Priamo lo espose sul monte Ida, dove fu trovato e allevato da alcuni pastori.

[35] dee: Paride amò la ninfa Enone e simpatizzato da Afrodite 

[36] amante: Paride

[37] dea: Afrodite protettrice di Paride e Zeus di Elena

[38]  l’acceso fio: la collera di Tritone

[39] la favorita: Elena

[40] misfortuna: contro Menelao

[41] luoghi riparati: presso il santuario di Afrodite

[42] Nesso: famoso pittore greco 625 a.C.

[43] Afrodite la Straniera: per Erodono il tempio era assimilato ad Elena

[44] Thoni: Un capo delle milizie di Proteo che perlustrava le coste dell’Egitto, intorno alla foce del Nilo, dove erano approdati gli intrepidi.

[45]  foce di Canopo vicina al lago Mareotide, luogo che era chiamato prima Racote.

[46]  salvato: vi era un antico costume che il reo di un crimine, se fosse riuscito ad entrare nel tempio e si fosse aggrappato all’altare del sacrificio e avesse promesso al dio di non uccidere più, egli non poetava essere toccato e sarebbe stato dichiarato libero.

[47] delirante: si sarebbero portati il tesoro di Menelao

[48]Agron: re, progenie di Argon vissuto (250-230 a.C.) degli I lirici in lotta contro i pirati fenici.

[49] sorte: del giudizio che avrebbe dato loro il re Proteo.       

[50] Menfi: La città ove il dio re Proteo aveva il palazzo e la corte

[51] Foro e Ceto: le figlie mostruose del dio marino Forco e della sua sposa e sorella Ceto, che per l’incesto le loro figlie furono trasformate in Arpie

[52]                                             Eurilo ed Adilo: Erano due marinai che si discostarono dagli altri che rimasero in Egitto

 

[53]  popolo: I Berberi antiche tribù dal 1300 a.C. stazionatesi nella Libia e nella Tunisia

[54] Cartagine: Alla fine di giugno 1999 l'oceanografo Robert Ballard e l'archeologo Lawrence Stager hanno annunciato la scoperta, di due navi fenicie risalenti probabilmente al 500 a.C. Situate rispettivamente a 305 e 915 m di profondità, parzialmente coperte dal fango, sono probabilmente i resti del naufragio più antico di cui si abbiano testimonianze. Le navi - a bordo delle quali sono stati trovati utensili e anfore destinate al trasporto di vino - erano probabilmente in viaggio verso l'Egitto o

[55] d’Ercole: Le foche che dalle colonne d’Ercole per stazionarsi in Spagna, venivano trasportate da una strana corrente che li portava nel mar Mediterraneo, ove Proteo li raccoglieva e con un suono, trasmetteva loro la direzione del ritorno, quando la corrente era nel ciclo inverso.

 

 

[56]  Zeus: volle in segreto aiutare i Greci, poiché non sopportò lo sgarbo di Paride, sebbene fosse stato aiutato da Era, Afrotide e Atena, e poi perché Elena era una delle sue figlie avute con Leda moglie di Tindaro re di Sparta.

 

 

[57] abitator: Proteo figlio di Poesidone dio del mare, oltre ad andare in fondo dell’oceano, spesso andava nell’olimpo per presentare il rapporto a Zeus sui movimenti marini per il controllo della fauna.

[58]  guadagno: Elena vorrebbe essere moglie fedele ma non riesce a fermare i suoi istinti  

[59] i suoi: i Maclei era una tribù che insieme agli Ausi erano stanziati ai lati del fiume Triton e vicino la foce v’era l’isola di Phla.

 

[60] Triton: era il dio del tempio sito nell’isola di Phla e che egli pretese il tripode per metterlo nel santuario, ed in cambio gli rivelo a Jasone la via per uscire dalla laguna e nel frattempo gli disse la profezia della colonizzazione dei Lacedemoni.

 

[61] Mirmidoni: si pensa che i Troiani provenissero dalla tribù dei Mirmidoni di cui fu contrapposta a quella dei Heracli, quando Gyge si impadronì del trono di Mordacheo re di Sardi con l’aiuto della moglie regina.

 

 

 

[62] le donne son di tutti: non esisteva il matrimonio e le donne erano di tutti. Quando nasceva un bambino, solo all’età giovanile gli anziani si riunivano e secondo a chi somigliava gli attribuivano la paternità.

[63] vecchio saggio: Ploseo

[64] conia: una allegorica e superficiale legge come quella che vi era in Troia  

[65] Tritone: era il dio del fiume Triton (si trovava tra la Libia e la Tunisia) e li vi era il tempio dedicato a lui, e lì si trovava anche il tripode di bronzo che aveva lasciato Jasone quando uscì dalla laguna.   

[66] cerimonia: quella delle vergini che si combattevano le une contro le altre 

                                                                                                            

 

[67]guerriero greco: come l’armatura greca sia stata a loro conoscenza non si sa, ma si dice che, invece, quella greca sia stata portata dall’Egitto. 

[68] evento di sangue: credevano gli Ausi, così pure i Maclei che il sacrificio umano, in quel modo, sarebbe stato scelto dalla stessa dea. Morendo la giovane, che si credeva impura, si sarebbe tolto l’impurità che c’era in loro e quindi si sarebbe purificata la loro tribù.

[69]                       non cede: sembra che Paride si sia innamorato veramente di Lipuria, ma che non ci sia l’accordo degli dei.  

[70]  peril: si riferisce al giudizio di possibile condanna da parte di Proteo.

                                                                                                             

 

[71] pensar: pur sapendo che Paride amava Elena si era Lidia proposta di fargli dimenticare il passato.

 

[72] passioni: Paride non credeva di potersi innamorare di una del popolo dei Maclei, poiché il suo cuore era legato ad Elena.

[73] pirati: erano i pirati Illirici, di cui si era dissociato Eurìlo ed Adilo, dall’Egitto, che furono messi in libertà da Proteo col patto che non sarebbero mai venuti intorno a quei luoghi. 

 

[74] in moto: Paride attuò il suo modo di interpretare il rito secondo l’usanza di Troia

                 

[75]Adrumeto: luogo fondato dai Fenici    

[76]amorosa: La poetessa Saffo, (vissuta verso il 650 a.C.) detta l’Amorosa per il suo stile poetico che decantò meglio degli altri la poesia d’amore, molto conosciuta in quel periodo anche dai Troiani 

[77]Eos e Teo: due guardie, luogotenenti di Didone

[78] le vestigia: Nella città di Cartagine si vedevano, le impronte, lo stile e gli stemmi dei Fenici

[79]disposta: la città si presentava simile a quella di Troia.

 

                                                                                                            

[80]intruso: Paride, non sapendo come Didone avrebbe interpretato la sua presenza dice di essere un intruso, per non irritare oltre la regina

[81] sofferto: la morte di Sicheo

 

[82]dei voti: Didone si distaccò dalla promessa che non s’avrebbe mai avvicinato ad uomo.

 

                 

[83] divano: si descrive il salone e la stanza da letto ripiena di arazzi e di dipinti di stile fenicio

[84]nemici: contro i Maclei e gli illirici.

[85]disinvolto amore: si dimenticarono l’uno di Elena e l’altra di Sicheo

[86]  Iarba: il re dei Libici che aveva dato, per pretesa del suo amore, a Didone, un territorio su cui lei fondò Cartagine, e glielo aveva concesso dandole la Carta, cioè per editto, quindi legalmente Didone ne divenne proprietaria e regina. Da quella Carta lei per ricompensa gli pose nome Cartago, alla città nuova.

[87] Elissa: Didone

[88] Rampisinito: Ramesse III (secondo Erodono)  chiamato anche Ram, si pensa che girovagava nel regno di Proteo alla età di 18 anni

 

[89]pietra strana: probabilmente un meteorite

 

                 

[90] porte d’Ercole: le foche dall’atlantico venivano risucchiate attraverso le porte d’Ercole al mar mediterraneo, poi venivano spinte all’interno. Proteo insegnava loro il modo come rientrare nell‘oceano, nel momento in cui il livello del mediterraneo si alzava.

[91] In corte: nella corte di Proteo

[92]Tritone: Era fratello di Proteo e figlio di Poesidone, re del mare

[93] Dione: Amante di Zeus, Omero racconta che Zeus l'aveva sposata e da lei aveva avuto una figlia, Afrodite; questa leggenda è stata accolta anche dal poeta Virgilio, che nomina la dea con l'epiteto di "Dionea”.

[94]                       conchiglia: Proteo nascose Elena dentro ad una gran conchiglia, prima di litigarsi con suo fratello Tritone

[95] la mano: Elena aveva un presentimento che Paride in qualche modo sarebbe tornato e quindi si teneva pronta.

[96] Enone: Era la ninfa di cui si era innamorato Paride per un lasso di tempo, ma poi per conoscenza del suo fato da parte di Cassandra e della stessa ninfa la lasciò per attendere ad altre avventure. Enone ebbe un figlio da parte di Hermes, che lo chiamò Pan per il fatto che gli procurò panico per la sua forma di mezzo uomo e mezzo ariete.

 

 

[97] Adone doveva vivere un terzo dell’anno con Persefone, un terzo con Afrodite e un terzo da solo. Adone preferisce trascorrere con Afrodite.

[98] gli aveva detto: Proteo aveva mandato Paride fuori del suo regno minacciandolo che se si fosse fatto vedere lo avrebbe condannato come spia.

[99] Faro: dove Proteo usava andare per incontrarsi con le foche

 

 

[100] Afrodite

[101]quell’alterco: Quando Proteo e tritone si litigarono per Elena

 

                 

[102] Argivi: Greci

[103] Venere era associata al rame (metallo di cui è ricca Cipro, isola natale di Afrodite) e veniva raffigurata a volte come un triangolo piatto, a volte con il numero cinque, e altre con il colore blu, e veniva identificata infine con il giorno Venerdì.

[104] predatore: Proteo e Minosse

[105] Hilas: fu ucciso dalla ninfa Enone nel fiume Izimir ( ved. pag.6 “Tragedia Gyges”

Commenti